Lezione 1, Argomento 1
In Corso

Processi cognitivi/emotivi controllati o automatici

Stefano Santori 19 Ottobre 2026

A questo proposito, è interessante capire la grande differenza tra modo di pensare del nostro cervello più lento ma consapevole e quello più veloce ma inconsapevole.

Per fare questo, parto dall’analisi di “Pensieri lenti e veloci”, l’avvincente libro del succitato psicologo Daniel Kahneman, nel quale si narrano tutte le intuizioni, gli studi, le ricerche, le scoperte dell’autore e del suo team di studiosi, che gli hanno consentito di elaborare un modello in grado di descrivere le due “marce” fondamentali con cui il nostro cervello guida le sue stesse elaborazioni.

Ricorrendo a una similitudine, immaginiamo per un attimo il cervello come il motore di un’automobile che ha due marce – non cinque, sei o sette – ma soltanto due.

Mi trovo a gestire questo cambio particolare, con una marcia lenta e una veloce (naturalmente, il titolo del libro – “Pensieri lenti e veloci” – non è affatto casuale). Perché pensieri lenti e pensieri veloci? Che caratteristiche hanno?

I pensieri lenti hanno lo svantaggio, insito nel loro stesso attributo, di essere appunto lenti. Purtuttavia, nella realtà, questa loro peculiarità nasconde un’altra faccia della stessa medaglia, un grandissimo vantaggio concomitante.

I pensieri veloci hanno come vantaggio proprio la loro rapidità, la quale, tuttavia, costa un prezzo davvero elevato.

I più impazienti di voi, probabilmente, cadono già nella tentazione di tagliare la testa al toro, semplificare le cose; e vorrebbero chiedermi quale delle due marce – lenta o veloce – sia la migliore da utilizzare.

Anche stavolta non posso accontentarvi con una risposta semplicistica, univoca e sempre valida. Ho il dovere di essere onesto, di dirvi che la soluzione migliore è giocoforza collegata al contesto, alle contingenze.

Se ad esempio stessi guidando la mia automobile a velocità sostenuta e mi accorgessi di un pericolo inatteso che potrebbe farmi precipitare in un burrone qualora non reagissi immediatamente, va da sé che in quel momento vorrei avere pensieri veloci. È scontato, nel caso appena descritto, che la mia preferenza sia per il pensiero veloce, automatico, quasi inconsapevole. È vero che questo mi porterà ad azzardare una sterzata improvvisa o una brusca frenata, ma magari mi metterà in condizione di evitare il peggio.

Per contro, ci saranno circostanze diverse nelle quali mi augurerò di non avere un pensiero veloce, una reazione così rapida da sfuggire al mio io controllato.

In alcuni casi è auspicabile ragionare in tranquillità, essere consapevoli di quel che sta accadendo per prendere con tutta calma la decisione più adeguata, fare la scelta che riteniamo più corretta.

Ecco perché non esiste la marcia giusta, sempre. Giusta rispetto a cosa? Rispetto a quale stimolo? In quale momento?

Dopo aver chiarito ampiamente, con l’aiuto di esempi pratici, che le “marce”, ovvero i sistemi di funzionamento del cervello, sono due, è arrivato il momento di dare loro un nome più appropriato, tecnico: parliamo quindi di processi controllati del pensiero versus processi automatici del pensiero, termini assai più idonei a fornire immediata comprensione delle diverse implicazioni connesse alle due distinte modalità.

Il processo controllato, per l’appunto, implica controllo da parte nostra, la nostra consapevolezza. Nei processi controllati abbiamo cognizione precisa di quel che ci sta accadendo e dunque la possibilità di gestirlo, disciplinarlo, influenzando il processo medesimo. Hanno come premio un alto livello introspettivo. Essendo presenti a noi stessi, tutto ci è chiaro e di conseguenza possiamo avere impatto sugli eventi, incidere su di essi.

Altra caratteristica dei processi controllati è quella di essere seriali, di procedere modico gradu. Si fa prima questa cosa, poi un’altra, poi si passa alla successiva. Sono etichettati come seriali proprio perché si realizzano in serie, avanzando step by step. La ragione di questo svilupparsi un passo alla volta, risiede nel fatto che essi comportano un alto dispendio di energie. Essendo realmente gravoso il loro costo cognitivo, possiamo fare soltanto una cosa per volta.

Pertanto, nel caso di processi controllati non ha affatto senso – anzi, è addirittura deleterio – perseguire il multitasking. Più il processo richiede controllo, consapevolezza e alto costo cognitivo, tanto più dobbiamo cercare il mono focus, concentrare l’attenzione su quell’unico processo che è l’asse portante, sforzarci di essere monotasking.

Se fossi alle prime armi con lo studio della lingua inglese, ad esempio, e decidessi di cimentarmi con un cartone animato dei “Teletubbies” in lingua originale, avrei bisogno della massima concentrazione, dovrei mettere tutto l’impegno possibile per cercare di captare le frasi di quei simpatici pupazzi colorati e poi tradurle nella mia mente. Col risultato di uno sforzo proibitivo in termini cognitivi.

Fatica che invece non sarebbe necessaria se fossi di madrelingua inglese. In tal caso potrei passare in “modalità multitasking”, ascoltare con un orecchio soltanto e, nel frattempo, rispondere alla mia fidanzata o controllare le e-mail sullo smartphone.

Abbiamo detto che questi processi sono seriali, comportano un’elevata percezione dello sforzo cognitivo che ci costano, permettono di leggerci dentro, sapere esattamente dove stavamo, come abbiamo elaborato il nostro pensiero, cosa abbiamo visto, cosa ci siamo detti in un preciso istante. Come premio, assicurano un alto livello d’introspezione e pertanto di consapevolezza.

Altra peculiarità del pensiero controllato è il suo essere volitivo. Richiede una forte componente di decisionalità, la ferma volontà di fare una cosa, di voler impiegare in una specifica attività (nell’esempio appena fatto, è l’apprendimento della lingua inglese) le risorse cognitive delle quali disponiamo.

Se manca la nostra volontà, la nostra risolutezza, non avviene un bel niente!

I processi automatici (reflexive, in lingua anglosassone), al contrario, non necessitano di alcuna volontà da parte nostra. Si tratta di riflessi condizionati, meccanici: se accade “A” c’è la risposta “B”, senza il bisogno che io desideri quella risposta. Questa spontaneità si acquisisce solamente col tempo, è frutto di un processo ripetuto talmente tante volte da essersi automatizzato.

Nelle arti marziali, nella boxe, in tutti gli sport da combattimento, si ripetono all’infinito posizioni e le mosse, proprio allo scopo di automatizzare i processi, in modo che lo sguardo di un istante con la coda dell’occhio sia sufficiente a far scattare una risposta difensiva o offensiva istintiva, immediata, senza bisogno di ragionamenti.

I processi reflexive non hanno bisogno di volontà, il loro costo cognitivo è pari allo zero, ma i loro automatismi inconsapevoli richiedono tempo e pratica: è ovvio che una cintura nera di Kung Fu con anni di esercizio e combattimenti alle spalle, debba impegnarsi meno di un aspirante Bruce Lee alla sua prima lezione. Solamente la concentrazione necessaria ad ascoltare e apprendere, costerà talmente tanto in termini di sforzo cognitivo all’atleta inesperto, da portarlo allo sfinimento ancor prima di mettersi in guardia e menare i primi colpi.

Chi di noi, del resto, non ricorda la fatica e la noia nell’apprendere i primi rudimenti di uno sport: quante volte abbiamo alzato il braccio, lanciando in alto la pallina gialla, per provare la battuta nel tennis? Quanti palloni abbiamo dovuto raccogliere di nascosto nel giardino del vicino di casa mentre cercavamo di imparare a palleggiare al volo ispirati dalle gesta di Maradona? Ci è costato in termini di impegno fisico ma soprattutto mentale. Tutto era rallentato perché dovevamo pensare ad ogni singolo movimento da eseguire proprio mentre stavamo cercando di farlo. Noiosissimo ma assolutamente necessario per prendere confidenza.

Quando avviene tutto questo, intendo il ripetere n volte lo stesso esercizio attraverso la modalità controllata, ad un certo punto il nostro cervello, da inimitabile macchina per fare economia di sforzi quale è, automatizza tutto il processo: si rende conto che abbiamo bisogno di replicare un certo movimento migliaia di volte e ci costruisce una rete neurale ad hoc che semplifica il nostro compito. A quel punto non serve più alcun controllo da parte nostra perché entreremo in modalità automatica, reflexive. Lo sforzo diventerà molto basso, non servirà più tanta volontà ma il relativo prezzo da pagare sarà quello di uno scarsissimo livello d’introspezione.

Questo ci aiuta a comprendere perché quasi sempre non si ricorda niente di un incidente d’auto: accade quando tutto è fatto meccanicamente, in automatico. Chi guida da anni, ormai non bada più a tutto quello che fa mentre si trova mani al volante, agisce in maniera scontata, con un livello di consapevolezza minimo, pressoché azzerato.

Altro punto di forza dei processi automatici consta nel loro essere paralleli. Ci consentono di viaggiare contemporaneamente su più binari, di agire in multitasking facendo più cose insieme senza comprometterne il risultato.

È esattamente quello che avviene quando ascoltiamo  nostro figlio ripetere la lezione di Storia mentre ci facciamo la barba o ci asciughiamo i capelli. È tutto così semplice e naturale, due o più processi automatici svolti in parallelo, con la massima spontaneità da parte nostra.