Presupposti e presupposizioni
Giungiamo alla parte delle distorsioni più difficile da cogliere e, a tratti, anche un po’ subdola perché si insinua tra le maglie della comprensione del linguaggio, e tra le trame dei significati che le parole devono avere per trasferirne il senso.
Questa particella riesce, a volte, a veicolare dei contenuti senza nemmeno enunciarli, quasi fosse in grado di compiere una mera magia.
Finora abbiamo lavorato su un tessuto abbastanza palese, abbiamo agito su sensi e significati tendenzialmente espliciti. Nel caso di questa particella di distorsioni non accade esattamente ciò, o meglio, non si parla di forme espresse e dichiarate.
Fronte tali distorsioni, che ora andremo a definire nel loro nome, ci ritroviamo a dover metamodellare un contenuto che non è stato nemmeno pronunciato.
Ci stiamo fortemente avvicinando al concetto di comunicazione subliminale: emettiamo un messaggio palese che veicola un messaggio nascosto, implicito; il cervello che ascolta non può evitarlo se vuole dare un senso all’intera frase.
Tutto ciò è intrinsecamente stabilito dalle regole sintattiche, e dalle modalità speciali, che il linguaggio possiede a prescindere dalle intenzioni del comunicatore.
Per approfondire il concetto, possiamo considerare e analizzare di nuovo il claim famoso di Barack Obama: “Yes, we can!“. Iniziare una frase con “yes” significa portare implicitamente il cervello dell’altro (il lettore o l’ascoltatore) a porsi una sorta di domanda. Infatti, non si inizia una frase con un “sì!”, a meno che non ci sia stata una domanda antecedente.
Veniamo al dunque e scopriamo che le particelle linguistiche di cui stiamo parlando sono i presupposti e le presupposizioni: modalità del linguaggio che si presentano tutte le volte in cui il cervello completa il senso di una affermazione non esplicita. In breve, i presupposti fanno riferimento a un significato implicitamente assunto per rendere comprensibile una determinata frase.
Facciamo un esempio analizzando la seguente frase: “Dai, sono contento per te, vedrai, diventerai in grande professionista“. In questa affermazione la porzione di frase “diventerai un grande professionista” contiene tanto una gratificazione quanto una penalizzazione, perché presuppone che il soggetto in questione non sia un professionista in quel momento.
Continuiamo con un altro esempio: “Sono convinto che diventeremo grandi amici“. Tale dichiarazione presuppone che in questo preciso momento non lo siamo. Il cervello, con le sue rapide capacità di elaborazione e con le sue veloci euristiche, raccoglie l’aspetto gratificante della grande amicizia futura e, a un livello più sotterraneo, la penalizzazione dell’assenza di un immediato sodalizio amichevole. Nel linguaggio a finalità seduttiva e persuasiva, i presupposti e le presupposizioni hanno una importante valenza perché possiedono la caratteristica di far passare dei messaggi senza averli mai dichiarati.
La domanda di precisione, in questo caso, non esiste perché l’unica difesa consiste nell’accorgersi che una determinata particella linguistica sta presupponendo qualcos’altro: “Le prime volte faticherai di più” presuppone che le volte successive dovrai sforzarti molto meno. La risposta successiva potrebbe contenere una forma di precisazione rispetto al presupposto colto: “quanto tempo pensi ci vorrà esattamente per faticare meno?”
Il vantaggio del presupposto è che si può ottenere dalla comunicazione tantissimo senza dichiararlo: non dico ma ho detto, e
l’altro percepisce.