L’origine delle parole: dal pensiero puro alla verbalizzazione
Qual è l’origine delle parole? Da dove nascono?
Tralascio volutamente, in questo contesto, nozioni di neurologia del linguaggio e neurofisiologia del linguaggio, ricorrendo piuttosto ad un’analogia e immaginando per un attimo la simpatica e iconica nuvoletta dei fumetti che riporta il parlato come un insieme di palloncini colorati che vengono gonfiati sotto la superficie del mare, cominciano quindi a risalire fino ad arrivare a galleggiare sulla superficie dello specchio d’acqua.
È soltanto a questo punto che le parole che imbevono la nostra nuvola diventano pronunciabili, udibili e interpretabili da parte di altri.
La superficie, di conseguenza, rappresenta la comunicazione interpersonale vera e propria, perché fino a quando non emerge dalle profondità dell’oceano, quell’ammasso confuso di parole non ancora verbalizzate, rappresenta solamente un flash, una sensazione, al massimo un dialogo interiore.
Le parole – la nuvola piena di palloncini della nostra metafora – possono essere colte da terzi soltanto al loro affiorare in superficie. A meno che non diamo per scontate capacità telepatiche da parte di tutti gli esseri umani, le nostre parole, prima di diventare realmente tali, di essere colte da qualcun altro, devono affiorare all’esterno, diventare linguaggio “visibile”, udibile. Diversamente, rimanendo confinate in abissi insondabili, mero linguaggio potenziale archiviato dentro di noi, non sono ascoltabili, fruibili.
È come fossero del tutto inesistenti.
Per essere considerate, nella realtà, le parole – scritte o verbalizzate – devono raggiungere i sensi di qualcuno, essere percepite, “vissute”.
Cerchiamo di comprendere meglio il viaggio che hanno compiuto quelle “bolle” artificiali colorate (che, d’ora in avanti, più propriamente, chiameremo “struttura superficiale del linguaggio”): a quale profondità sono state generate, quanto lungo è stato il loro percorso di risalita e, soprattutto, se durante la loro ascesa sono rimaste integre ovvero hanno subito delle trasformazioni.
La struttura profonda – i palloncini sgonfi, ancora senza ossigeno e quindi in fondo all’oceano – rappresenta il pensiero puro, non verbalizzato, che nessuno ha ancora trasformato. Rispetto a ciò, se mi chiedeste come sono le Maldive, per rispondervi dovrei come prima cosa andare a pescare negli abissi del mio pensiero qualcosa che mi aiuti poi a verbalizzare il mio pensiero in merito a questa meravigliosa meta turistica. Dovrei immediatamente attingere alle mie informazioni profonde, sondare il mio hard disk mentale.
Andrò pertanto a cercare di raccogliere nella varie “cartelle”, immagini, sensazioni, ricordi uditivi, cinestetici, olfattivi e – perché no?! – anche gustativi.
Una serie di pensieri, di varia natura, che ho immagazzinato, metabolizzato nel corso dei miei ripetuti viaggi alle Maldive.
Rievocare quelle esperienze, peraltro, potrebbe scatenare ancora, a distanza di anni, delle emozioni così realistiche da avere impatto anche sul mio stesso corpo fisico: potrei provare dei brividi pensando alle immersioni con maschera, pinne e bombole, in compagnia delle mante e di tutti quei pesciolini dalle tinte così vivaci; ritrovarmi disegnato sulla labbra un piccolo sorriso di gradimento ripensando a quanta distensione mi hanno regalato quella sabbia bianca e quelle fresche acque cristalline.
Abbiamo appena visto come il pensiero profondo (o puro) si trasformi nell’attimo in cui gli stessi pensieri vengono verbalizzati.
Nessuno di noi è padrone consapevole del proprio cervello, tutt’altro: siamo consci semplicemente di un pezzettino dell’intera operatività del cervello.
Possiamo considerarci come gli amministratori delegati di una grande azienda, una multinazionale – il nostro cervello, appunto – che ha una serie di succursali, di stabilimenti dislocati in vari paesi.
È evidente che, in ragione del ruolo che ricopriamo e della grandezza dell’azienda che rappresentiamo, non possiamo essere a conoscenza di tutto ciò che succede in ogni singolo stabilimento, seguire tutte le fasi produttive, il lavoro di ogni operaio, impiegato commerciale o amministrativo. Abbiamo invece accesso ad una serie schematica e limitata di informazioni, che però ci consentono comunque una visione panoramica della situazione aziendale complessiva.
Dovremmo, di volta in volta, per forza di cose, fare delle scelte, decidere di tralasciare qualcosa delegando qualcuno a seguirla in nostra vece, per riuscire a occuparci di altro in prima persona. Nella successiva occasione, probabilmente, decideremmo di fare l’opposto, prendendo attivamente parte alla riunione che non avevamo potuto seguire qualche giorno prima.
Lo stesso avviene nel caso del nostro io consapevole: esso, alla stregua dell’AD della multinazionale, non riesce a gestire tutto il processo di trasformazione dei pensieri, a controllare, step by step, ciascun palloncino che risale in superficie. Non penserà ad ogni singola parola, se dirla, quando dirla, come costruire la frase ma sceglierà piuttosto di demandare questo lavoro meccanico, ripetitivo e parecchio noioso ad un “collaboratore” invisibile che lo svolgerà in automatico.
Possiamo renderci conto di questo “passaggio di consegne” quando, da studenti di una lingua straniera, alle prime armi, che devono quindi riflettere sul significato di ogni vocabolo e sulle regole grammaticali delle frasi più semplici, cominciamo dopo anni di studio e pratica, a pensare in quella stessa lingua, affrontando interi discorsi senza nemmeno renderci più conto di farlo in un idioma diverso da quello che abbiamo imparato in famiglia.
Col tempo, non dovremo più attraversare obbligatoriamente tutte le fasi, elaborando prima una frase in italiano per poi tradurla nella nostra mente con tutta una serie di ragionamenti di natura grammaticale, sintattica e fonetica ma arriveremo al risultato senza quasi esserne consapevoli, con un automatismo oliato e ormai infallibile.
Tutto questo rappresenta un meraviglioso punto d’arrivo.