Lezione 1, Argomento 1
In Corso

Le sottomodalità

Stefano Santori 19 Ottobre 2026

Finora abbiamo fatto insieme un lungo viaggio nella Programmazione Neurolinguistica, toccando tappe diverse: siamo andati diritti per la nostra rotta, a volte ci siamo fermati e abbiamo giocato in squadra per meglio comprendere alcuni concetti.

E ‘stato utile mettere a fuoco determinati aspetti, spesso anche di tipo filosofico, ma sempre, inevitabilmente, declinati al mondo della Neurolinguistica. Focalizzando l’attenzione sulla relazione, sull’efficacia della comunicazione, sull’indagine, il ricalco e la guida, non abbiamo mai perso di vista noi stessi e l’altro, agendo costantemente nell’ottica di attivare un presunto cambiamento, inteso principalmente come ampliamento del personale modello del mondo.

Prendere un modello statico di vita, una mappa rigida di qualcuno, rimetterla in discussione, riaprirla è già un processo di guida, a tutti gli effetti.

Esistono però anche degli strumenti della PNL che possono essere utilizzati senza dover necessariamente portare in campo la componente relazionale linguistica verbale, paraverbale, non verbale e la realtà esterna come collante della relazione.

Questi sistemi puntano e si focalizzano solo sulla realtà interna del soggetto, non lavorano sul rapporto tra mappa interna-comunicazione verso l’esterno, ma agiscono sulla mappa interna-comunicazione verso l’interno. In poche parole, ci aiutano a comprendere come migliorare la comunicazione con noi stessi.

In questo caso il focus e l’indagine da compiere cambiano del tutto.

Ovviamente, possiamo usare tali strumenti anche per aiutare un’altra persona (non solo noi stessi) con lo stesso scopo di migliorare la comunicazione tra il suo io consapevole e il suo obiettivo personale. Stiamo parlando, dunque, di cambiamenti interni nel processo di mappatura della realtà delle persone. Il VAK, come già sappiamo, ci dice che gli individui utilizzano i sensi (con la semplificazione dei tre sistemi rappresentazionali) per incorporare, incamerare, mappare la realtà, portarla dentro, rielaborarla e tradurla sotto forma di comunicazione. Ma dovendo lavorare su un processo solamente interno, non abbiamo bisogno di comunicare niente a nessuno, possiamo operare direttamente sulla materia prima, VAK, senza bisogno di una traduzione linguistica.

Immaginiamo di volerci trovare a nostro agio con qualcosa che dobbiamo fare, oppure di voler cambiare il nostro stato d’animo quando parliamo davanti a un pubblico, o ancora di voler modificare l’impatto emotivo che ha su di noi un cattivo ricordo o semplicemente l’esito di una nostra comunicazione interna. In questi casi non dobbiamo verbalizzare ogni aspetto, il linguaggio non ci occorre perché possiamo lavorare direttamente con il codice sorgente fatto di immagini, suoni e sensazioni.

Quando viene svolto questo lavoro nella Programmazione Neurolinguistica si portano in campo gli strumenti chiamati “schemi submodali” o “sottomodali” o più precisamente le SOTTOMODALITA’, ossia le modalità con cui funzionano le tre macro-modalità sensoriali: 1) la modalità V=Visiva – 2) la modalità A=Auditiva – 3) la modalità K=Cinestesica. Queste tre modalità hanno, a loro volta, altre declinazioni, ulteriori parametri di funzionamento. Con la parola “Submodalità” si indicano, dunque, le differenze all’interno dei singoli canali. Linguisticamente corrispondono agli “aggettivi qualitativi”.

Esempio di Modalità e Submodalità:

MODALITA’:

VISIVA

AUDITIVA

CINESTESICA

OLFATTIVA

GUSTATIVA

SUBMODALITA’

CHIAROSCURO

FORTEPIANO

CALDO/FREDDO

DOLCE/ASPRO

AMARO/SALATO

“Sono gli elementi più semplici all’interno dei sistemi rappresentazionali, ossia i modi in cui il cervello ordina e codifica l’esperienza”[1].

Un esempio tipico è quello della TV che, attraverso suo schermo, riesce perfettamente a rappresentare la modalità visiva. Tutti sappiamo che è possibile guardare un’immagine televisiva, e allo stesso tempo intervenire sul menù principale per modificarne dei parametri: luminosità, pixel, contrasto, temperatura del colore, sorgente etc…

Questa procedura è attuabile anche nella nostra testa, nel modo in cui rappresentiamo il mondo internamente: la nostra mappa interna può essere cambiata attraverso le sottomodalità. Possiamo, ed è proprio quello che insegnano le tecniche di cambiamento sottomodale, modificare una risposta emotiva, o anche un ricordo, manipolando (armeggiando, modificando, riplasmando, ristrutturando) le sottomodalità con cui il nostro cervello ci propone quella immagine. Abbiamo un ricordo che ci rappresenta in una determinata maniera, nel quale vediamo un’immagine ingrandita che non ci piace e che possiamo andare a modificare.

Non è necessario verbalizzare l’esperienza, raccontarla o descriverla a parole, è sufficiente definirla anche semplicemente dicendo: “la situazione X che ci fa male”. Modificandone le sottomodalità, invece di vederla in uno schermo gigante, potremmo iniziare a visualizzarla in uno schermo più piccolo. In questo modo è evidente che il rapporto tra parametri e risposta emotiva possono variare, ed è in questi casi che può apparire utile attuare un cambio sottomodale.

Solo sperimentando possiamo accorgerci che modificare determinate sottomodalità (agire quindi sulla mappa interna), significa generare un cambiamento nella risposta emotiva, tanto nel bene quanto nel male.

È ovvio che se stiamo rappresentando una mappa interna positiva, attiveremo il cambio sottomodale consono a enfatizzarne la risposta emotiva: in tal caso amplificheremo situazioni in cui ci sentiamo felici, contenti, motivati. Se invece quella costruzione mentale interiore sta generando fastidi e problemi, cercheremo di minimizzare e ridurre tutti quei parametri, modificando le sottomodalità in modo da rendere la nostra risposta emotiva sempre più bassa, tranquilla, negoziabile e gestibile.

È bene chiarire che intervenendo in questo modo non viene annullato l’eventuale ricordo, che continua in ogni caso a permanere. Ne andiamo a modificare solo l’insieme dei parametri che lo rappresentano in termini VAK.

Facciamo l’esempio di due casi diversi:

1°caso: serbiamo il ricordo del nostro ultimo incidente in moto che ci ha profondamente destabilizzati. Ogni volta che ci pensiamo riproviamo la stessa ansia, la medesima paura, sudiamo freddo e scegliamo di non andare più su strada. Continuando a immaginare la scena allo stesso modo, tale stato d’animo potrebbe permanere. Se, invece, iniziassimo a rappresentare le immagini del ricordo su uno schermo piccolo, magari in bianco in nero, con il volume dei suoni (come lo stridere della moto sull’asfalto) molto più bassi, la scena potrebbe iniziare a toccarci di meno, ad avere un impatto emotivo più tollerabile, favorendo, dunque, un nostro poter vivere meglio con questa mappa interiore.

2°caso: è imminente il giorno in cui avremo finito i nostri studi e potremo andare a prendere la specializzazione post-laurea. Abbiamo bisogno di caricarci e motivarci. In questo caso l’utilizzo delle sottomodalità deve avvenire in senso opposto: proietteremo tutto su un megaschermo, sentiremo nelle orecchie l’applauso del pubblico con il volume altissimo, assisteremo alla scena con colori vividi e accesi … e così via.

Immaginare in questi termini qualcosa che ancora deve accadere può fornire una risposta emotiva di grande incoraggiamento, di piacere, di gioia, di felicità anticipata.

Pensandoci, nutriamo il nostro livello più profondo di buoni esiti emotivi.

Dunque, il cambio sottomodale serve semplicemente a migliorare la comunicazione interna, a calibrare il rapporto con le nostre mappe interne, senza doverci necessariamente focalizzare sul linguaggio utilizzato.

Quello delle sottomodalità è un tema molto pratico, la parte teorica si riduce fondamentalmente a un elenco delle stesse, sulle quali è possibile intervenire. Tutto il resto è necessario sperimentarlo. Motivo per cui questo tipo di esercizio è meglio testarlo, innanzitutto, in aula dove è possibile ricevere supporto e assistenza.

Vi riportiamo, di seguito, alcuni esempi di sottomodalità presenti nei diversi sistemi

sensoriali:

 

Queste sono indicazioni di massima: provate anche voi ad analizzarle ed eventualmente a trovarne delle altre.

 

[1] “Usare il cervello per cambiare. L’uso delle submodalità nella programmazione neurolinguistica” Richard Bandler – Astrolabio Ubaldini – 1986