Le “malattie” del linguaggio: riconoscere i sintomi, fare la corretta diagnosi per scegliere la cura più appropriata. L’esempio dei quantificatori universali
Entriamo, dunque, nella piena operatività del metamodello, concentrando la nostra analisi sulle famigerate e “temute” domande del metamodello, sulle contestazioni linguistiche da opporre come antidoto ai meccanismi trasformazionali universali.
Come abbiamo anticipato, in caso di generalizzazione, l’antidoto (o meglio, il macro-antidoto) alla generalizzazione è la specificità: più il nostro interlocutore generalizzasse, più noi lo indirizzeremmo verso la specificità.
Se egli mettesse in atto un’opera di cancellazione radicale, rimuovendo tantissime informazioni e dati, facendo letteralmente tabula rasa, noi ci impegneremmo a far in modo che le recuperi.
Se invece cominciasse a distorcere la realtà, nel tentativo magari di costruire un ulteriore modello della sua mappa, noi svilupperemmo una serie di contestazioni allo scopo di aiutarlo a riallineare i suoi racconti alla realtà.
Per essere efficaci in fase operativa, bisogna prima diventare esperti nel riconoscere cosa sta avvenendo, per poi adottare la migliore delle risposte.
In poche parole, se pure memorizzassimo perfettamente tutte le contromosse senza tuttavia prima riconoscere le mosse dei nostri interlocutori, non potremmo decidere quale rimedio e quale risposta utilizzare.
La prima vera maestria nell’applicazione del metamodello, non consiste nel conoscere a memoria tutti i possibili antidoti ma nel riconoscere con immediatezza e disinvoltura cosa sta avvenendo nel linguaggio altrui.
È indispensabile identificare i sintomi della malattia linguistica per decidere la cura più appropriata.
Sbagliando la lettura dei sintomi, sbaglieremmo la diagnosi e sceglieremmo una cura inadeguata, che non sortirebbe alcun effetto terapeutico sul nostro interlocutore/paziente del momento.
Adesso, perciò, vediamo prima quali sono le particelle linguistiche sintomo precipuo di un determinato meccanismo in atto e poi vedremo le relative contromisure da adottare.
Una prima fase di approfondimento dei sintomi per arrivare a riconoscerli con una certa facilità e avere pronte le cure appropriate ai vari casi.
Cominciamo dalle generalizzazioni. Esse, per l’appunto, possono essere riconosciute da alcuni “pezzi” di linguaggio, i più diffusi dei quali vengono definiti quantificatori universali del linguaggio, ovvero tutte quelle particelle del linguaggio che – come dice il nome – quantificano in maniera universale.
Entrando ancor più nel merito, la parola tipica che quantifica in modo universale è “tutti”. Quando una persona dice: «Ma lo sanno tutti che…», attraverso la particella tutti sta facendo una quantificazione universale. Dire tutti, significa infatti coinvolgere l’universalità degli esseri umani. Di conseguenza, in una simile circostanza, noi adotteremmo un’appropriata contromossa, chiedendo: «Proprio tutti? Chi nello specifico sa cosa…?». Ovviamente, i quantificatori universali sono tali, proprio quando è l’universo che stanno abbracciando, la globalità. Ma se all’interno della stessa frase quella persona annullasse il carattere di universalità, non sarebbe più necessario contestarla. Chiarendo con un esempio, se fossimo in una stanza solamente in tre e tutti indossassimo dei jeans, non servirebbe contestare l’eventuale affermazione “tutti quelli che stanno in questa stanza hanno i jeans” con: «Tutti chi?», essendo evidente il riferimento a tutte le tre persone (solamente tre) che occupano quella stanza.
Questo ci fa capire quanto sia imprescindibile contestualizzare. È naturale che se l’universalizzazione viene moderata o addirittura annullata nel contesto della stessa frase, il problema della quantificazione universale si auto-risolve senza necessità di somministrare alcun antidoto da parte nostra.
Le paroline chiave che dobbiamo riconoscere, sono parole quali “tutti” (o ovviamente simili e con lo stesso significato, come “tutte”, “tutto”, “tutta”), ma anche il suo contrario “nessuno”; “sempre”, “ogni volta”, “mai”.
Poi ci sono parole e frasi che generalizzano facendo riferimento a intere categorie: “gli ingegneri sono rigidi”, “i venditori sono troppo insistenti”, e così via. Si tratta anche in questi casi di forme di generalizzazione, per di più agganciate a una categoria, con la conseguenza di poter creare pericolose discriminazioni.
Memorizzare parole e frasi come quelle che abbiamo appena portato ad esempio, ci aiuterà immediatamente a smascherare un tentativo di generalizzazione e a ricorrere all’antidoto dello specificare senza indugio alcuno.
Non è finita, giacché possiamo scegliere un antidoto più light – per esempio enfatizzando e rimarcando con paraverbale e non verbale la parola utilizzata per generalizzare – e uno più strong, facendo le stesse cose con un tono assai più grave, uno sguardo molto più serio, ricorrendo a un numero superiore di domande, poste in maniera più formale, insistente, quasi opprimente.
Il nostro scopo, tuttavia – ribadiamolo ancora una volta perché si tratta di un messaggio fondamentale – non è quello di vincere la partita a scacchi con il linguaggio e coi nostri interlocutori, non vogliamo annichilire l’altro, riprenderlo o addirittura irriderlo, ridicolizzarlo.
Non c’è alcuna sfida da vincere se non quella di trionfare insieme. L’unica vittoria possibile, e degna del nostro impegno costante, è quella che porta il nostro linguaggio, e quello altrui, da un livello inefficace o meno efficace, più ambiguo ed equivocabile, a un modello molto più preciso. Ciò risveglia e amplifica la consapevolezza nostra e degli altri, migliorando la qualità della comunicazione linguistica rispetto a un obiettivo preciso.
Gli antidoti vanno utilizzati quando c’è qualcosa d’importante in gioco – l’obiettivo preciso, appunto – quando la disfunzionalità della comunicazione può realmente causare dei danni, altrimenti godiamoci pure l’aperitivo e le serate a cena con gli amici in santa pace, senza alcun interrogatorio.