Le domande di estrazione
Prima di procedere con i nostri approfondimenti, riteniamo opportuno avanzare con una premessa, una sorta di monito indispensabile per chi intenda svolgere una professione come quella del coach o anche del formatore.
Quando parliamo di distorsioni, generalizzazioni, cancellazioni, bias di conferma, credenze, valori etc., dobbiamo sempre rammentare che stiamo trattando aspetti appartenenti, in primis, anche alla nostra persona. È necessario, dunque, partire da una approfondita indagine sulla personale mappa del mondo così da non creare credenze limitanti sulle convinzioni degli altri.
Detto ciò, e preso atto che le credenze non sono semplici frasi bensì strutture cognitive automatizzate, inconsce, che rispettiamo e seguiamo, diventa necessario comprendere in che modo possiamo estrarle dalla profondità per poi portarle in superficie. Anche in questo caso ci viene in soccorso l’abilità del Metamodello, seppur le domande di precisione stavolta si trasformano in domande di estrazione: estraiamo dalla profondità e portiamo l’altra persona a verbalizzarne il contenuto (il famoso palloncino che emerge dagli abissi delle acque). Solo in questo modo possiamo divenire realmente coscienti delle nostre credenze.
Vi sono alcune domande di estrazione in grado di portarci direttamente verso l’obiettivo: possono essere utilizzate quando la credenza non viene chiaramente verbalizzata.
Ecco alcuni esempi:
– “Secondo te quali sono le regole che occorre conoscere nella situazione X?”
– “Quali sono le cose vere che occorre rispettare per …?”
– “Cosa ritieni essere giusto per …?”
Non dimentichiamo, tuttavia, che l’abilità del Metamodello permette di formulare quesiti, di qualsivoglia tipo, pur di giungere all’obiettivo di estrarre quanto ci occorre, e di farlo sempre nel pieno rispetto dell’altro.
Diverso è il caso in cui ascoltiamo una credenza già esplicitata, come ad esempio “Non si fa così, l’unico modo per avere successo nella vita è lavorare faticosamente, e se non agisci secondo questa regola non arrivi da nessuna parte“. In questo caso, la persona ha già dichiarato il suo “comandamento” per il successo e possiamo direttamente passare alla fase numero due, ossia all’approfondimento dell’origine della sua credenza.
Se quest’ultima, invece, non viene chiaramente verbalizzata, gli chiederemo: “Secondo te cosa è vero e cosa è falso riguardo al successo?” oppure “Quali sono i requisiti indispensabili, le regole del gioco necessarie per avere successo?“.
Si tratta di formulare una domanda che costringa l’interlocutore a generare una risposta di tipo causa-effetto. In questo caso, chiedendogli i requisiti specifici di tale processo, lo portiamo a esplicitare la sua struttura profonda, quella organizzata, ordinata e da lui reputata idonea per ottenere un determinato risultato.
Il problema emerge quando i requisiti che compongono la struttura profonda si frappongono al raggiungimento di un risultato X a cui la persona aspira. È il caso in cui la credenza si trasforma in un limite che impedisce al soggetto di agire liberamente: frenato dal pensiero di non possedere le giuste risorse, si chiude in una sorta di prigione, costruita con le sue stesse mani, dalla quale sente di non avere via d’uscita. A volte le credenze si incastrano tra di loro e possono diventare come una struttura a forma di diamante[1] inscalfibile seppur, come per quest’ultimo, anche loro in qualche modo possono essere tagliate. Se siamo convinti che avere una bella voce sia il requisito indispensabile per essere un buon oratore, e allo stesso tempo crediamo che un cambiamento di voce non possa avere luogo in alcun modo, abbiamo creato la struttura ideale per tarparci le ali e chiuderci in un vicolo cieco senza possibilità di uscita. Questo è il caso in cui occorre generare le basi di contestazione per ampliare, ancora una volta, il modello del mondo ed effettuare le modifiche giuste. In tale occasione, l’intervento risulta più che giustificato perché la persona si preclude la possibilità di diventare un oratore, frenata dalla sua credenza limitante.