La strana equivalenza tra A e B e le “letture del pensiero”
Esiste un’altra particella del linguaggio appartenente alla categoria delle distorsioni, molto vicina alla causa-effetto seppur in grado di rappresentarne la sua versione statica.
La causa-effetto porta in sé una sorta di dinamismo: un elemento ci conduce verso qualcos’altro: X genera Y.
In questo caso, invece, stiamo parlando delle “equivalenze complesse” che, di fatto, appaiono cristallizzate perché non contengono più una forma di dinamismo interno, ma rappresentano, appunto, una equivalenza: X equivale a Y.
Ecco alcuni esempi di frasi che contengono una equivalenza complessa:
“Studiare significa avere successo”
“Seguire i corsi significa essere grandi leader”
“Saper usare la PNL significa essere persuasori”
Dunque, non esiste più il processo “X ti condurrà a Y”.
Questa modalità è palesemente in contrasto con il primo dei tre “principi della logica classica”[1], il “principio di identità”[2], secondo il quale A è A, si distingue dalla B e non può essere una “non A”. Potremmo semmai associare la A alla B (o a una non A) per qualche motivo di somiglianza.
Alcuni spot, alcune headline pubblicitarie, alcuni claim vivono di equivalenze complesse. Basterebbe ricordare il famoso “Galbani vuol dire fiducia“.
È evidente, in questo caso, la richiesta di associare la fiducia al pensiero di Galbani, ma non è così. La frase linguisticamente non è ben formata ma è potente nello spot pubblicitario.
Nel caso delle equivalenze complesse la domanda antidoto è molto semplice “In che modo X vuol dire Y?“.
Nello spot della Galbani, potremmo chiederci “In che modo il nome del brand significa fiducia? Cosa si intende per fiducia? La fiducia di chi?” e così via ….
Lavorare sulle distorsioni è assolutamente divertente e creativo. Tra l’altro, il materiale a disposizione su cui agire è ricco e abbondante: per allenarsi basterebbe sfogliare una rivista, andare sul web o semplicemente accendere la TV e seguire qualche spot pubblicitario (e non solo!).
Passiamo ora a un’altra particella, facente parte sempre della categoria delle “distorsioni”, che è la “lettura del pensiero“. Questa deformazione afferma linguisticamente di sapere qualcosa a priori, a prescindere, prima di una qualunque evidenza.
Facciamo un esempio: “Quando mi parli così mi vuoi ferire!” è una frase sicuramente ben formata, dove il soggetto esprime l’idea di conoscere, a priori, i sentimenti e le azioni dell’altra persona. La frase espone bene il concetto ma non è correttamente allineata.
Sempre per spirito di analisi approfondita, andiamo a riformulare la frase fingendo di conoscere tutti gli elementi che ne compongono il processo e le dinamiche sottostanti:
“Quando dici quelle determinate cose, rendendoti conto di averle già dette in situazioni che hanno generato sofferenza, ed essendo queste legate a un contesto molto triste che già conosciamo, il fatto di ripeterle, con quella modalità, con quella espressione del volto e con quei toni un po’ duri, comporta una mia reazione di sofferenza e, di conseguenza, ne deduco che tu voglia ferirmi …”
Se affermiamo, invece: “Non mi guardare così perché mi fai del male” stiamo deducendo che l’altro ci sta guardando in quel modo perché desidera ferirci (senza tener conto del processo sottostante).
Come dicevamo prima, nella pubblicità troviamo moltissime letture del pensiero. Un esempio potrebbe essere: “Gli italiani amano questo. Compralo anche tu!“. Analizzando questa affermazione noi potremmo obiettare chiedendo: “Quindi voi sapete cosa passa nella mente di tutti gli italiani? Siete a conoscenza di cosa amano esattamente?“. È evidente che la frase ha molti angoli che si prestano a essere attaccati, come è altrettanto palese che la sua formulazione, contenente una forte riprova sociale, la rende sicuramente più potente e incisiva.
La lettura del pensiero la si può riallineare, dunque, utilizzando la formula: “Come sai che …?” “Cosa ti porta a pensare che …?” “Che prove hai …?“.
Ovviamente, le letture del pensiero, come le altre distorsioni, sono sempre il risultato di massima efficienza del nostro cervello che, come ormai sai, cerca il miglior risultato con il minor sforzo. L’essere umano tende ad automatizzare circuiti che si ripetono regolarmente, accorciandoli, abbreviandoli, rendendoli rapidi e immediati. L’interazione delle persone con l’informazione tende all’inerzia. Non è una questione di pigrizia, ma la conseguenza di un principio di funzionamento del nostro cervello: “il principio del minimo sforzo”.
A volte, anche in famiglia, si verificano scontri dialettici, o diatribe di vario stampo, a causa dell’intervento di anomale letture del pensiero. Anche in questi casi, un giusto riallineamento potrebbe riaprire alcuni modelli e apportare i giusti benefici, evitando ulteriori conflitti e rendendo più consapevoli le due parti in gioco.
Le letture del pensiero, dunque, possono contenere sacche di equivoci piuttosto ampie.
Gli strumenti Neurolinguistici nascono per riaprire le mappe del mondo.
Guidare qualcuno può significare anche portarlo da un modello rigido e statico a uno più aperto e flessibile. Già solo per questo, il mondo potrebbe assumere nuove forme.