Lezione 1, Argomento 1
In Corso

La rimozione delle informazioni

Stefano Santori 19 Ottobre 2026

Siamo ora al secondo meccanismo universale di trasformazione del linguaggio, ossia le CANCELLAZIONI. La parola è sufficientemente esplicativa perché indica l’atto del togliere, del cancellare appunto, omettere, rimuovere dei pezzi di informazione.

Occorre tenere ben presente, da subito, che le parti da cancellare possono essere pochissime, poche o tante. Meno informazioni vengono rimosse, meno avviene la cancellazione e maggiore è il numero di dettagli espresso. Una macro-cancellazione ci offre poche informazioni. Una micro-cancellazione ci offre tanti dettagli, mostrerà un linguaggio ricco di bit, pezzettini di informazione.

Facciamo, come sempre, un esempio per comprendere meglio il concetto.

D. “Come sono andate le vacanze?”

R. “Dai, bene!” (macro-cancellazione)

D. “Come sono andate le vacanze?”

R. “Il primo giorno siamo arrivati con tre ore di ritardo perché abbiamo incontrato un tamponamento: pensa un tir enorme contro una panda. Figurati che mia moglie in quel momento si è sentita male e la bambina piccola ha iniziato a piangere …” (micro-cancellazione).

Dietro ai livelli di cancellazione troviamo stili di pensiero che vengono meglio definiti “metaprogrammi della neurolinguistica” (tema approfondito nel secondo livello di certificazione in PNL in quanto richiede un certo livello di competenza e confidenza con il Metamodello).

È facile comprendere che il logorroico amante dei dettagli cancella molto meno del super sintetico minimizzatore. È ovvio che uno stile non è migliore dell’altro, non è di questo che stiamo parlando. Va da sé, tuttavia, che un amante delle comunicazioni sintetiche, uno di quelli che desidera arrivare subito al punto delle questioni, potrebbe trovare sfiancante la compagnia di una persona che, quando parla, non si lascia sfuggire nemmeno il più piccolo dettaglio.

Se si ha tuttavia un obiettivo specifico da raggiungere, e il livello di cancellazione (alto o basso che sia) non ci permette di averlo, se l’interlocutore stesso ha un livello di cancellazione che non gli permette di accedere alle informazioni di cui, in realtà, intimamente avrebbe bisogno, allora è necessario agire.

Pensate al caso del coaching: alcuni coach sono costretti a formulare una lunga serie di domande specifiche per andare a recuperare un notevole bagaglio di informazioni, abilmente e spontaneamente cancellate da un coachee estremamente sintetico. Nel momento in cui si iniziano a recuperare nuovi dati e contenuti, diventa evidente anche la trasformazione dell’interlocutore che acquisisce nuova consapevolezza e addirittura mostra differenti espressioni del volto e rinnovati atteggiamenti.

Le cancellazioni, dunque, rimuovono informazioni e così facendo sottraggono materiale importante su cui poter andare ad agire; sono quasi onnipresenti nel linguaggio: è impossibile non rimuovere nulla della propria struttura profonda.

Quindi, una cancellazione va ridotta fino al punto in cui abbiamo ottenuto una informazione: questa può essere utile tanto al “metamodellatore” quanto a un interlocutore che ha chiesto il nostro aiuto per un qualsivoglia motivo (discente-formatore/coachee-coach etc..).

La comunicazione potrebbe diventare impossibile se dovessimo iniziare a rimuovere tutte le cancellazioni esistenti in quanto, come dicevamo sopra, non è ipotizzabile comunicare senza inserire delle, seppur minime, cancellazioni. Immaginate una persona che vi incontra al mattino e vi saluta dicendo “buona giornata!” e voi, ormai soggiogati dalle forze prorompenti del metamodello, rispondete “cosa intende esattamente per buona giornata? Buona per chi?… di quale giornata parla se sono già le ore 12!? semmai metà giornata … cosa intende allora per giornata?”

Agire in questo modo significa essere patologicamente affetti dal metamodello 🙂

Non è certo un uso funzionale da portare in campo.

Riepilogando: il linguaggio contiene varie forme di cancellazione funzionale (quando sono disfunzionali vanno rimosse). La mamma di tutti gli antidoti è una domanda che può servire in mille occasioni anzi, qualora non doveste ricordare l’antidoto giusto, al momento giusto, potrete indiscriminatamente fare uso di questa domanda: “cosa intendi esattamente, precisamente, dettagliatamente con la parola XYZ?”.

Esempi: 

D. “non mi sento bene”

R. “cosa intendi esattamente con “non mi sento bene”?” 

A “non mi ha convinto il suo prodotto”

B “lei cosa intende con il mio prodotto non l’ha convinta?”

A “intendo dire che con quel prezzo trovo di meglio”

Questo, di per sé, già consente un livello ulteriore di approfondimento. Se poi avete memorizzato tutte le domande specifiche che esistono per rimuovere le cancellazioni, tanto di guadagnato. In ogni caso, già con questa domanda “cosa intendi per …” si fa un bel passo avanti nel recuperare delle informazioni utili.

Si possono formulare anche domande più precise quando ci accorgiamo che vengono utilizzati verbi – luoghi – nomi – tempi non specifici.

Facciamo alcuni esempi:  

A “Mi hai ferito”

B “Come ti ho ferito esattamente?” 

A “Quello è un brutto posto!”

B “Quale posto esattamente? Dove ti trovavi di preciso?”

A “L’America è brutta”

B “Quale parte esatta dell’America non ti è piaciuta?”

Tutto ciò che non è specifico può essere recuperato attraverso la domanda: “Come, dove esattamente?”. Le domande servono per specificare meglio quanto è stato affermato. Tutta la famiglia delle particelle linguistiche “non specifiche” richiama la domanda “Cosa intendi esattamente quando dici così?” oppure, se si tratta di un luogo non specificato possiamo chiedere “Dove esattamente?”, se è una modalità chiederemo “Come esattamente?”, se è un nome “Chi, cosa esattamente?” e così via.