Lezione 1, Argomento 1
In Corso

Il metamodello linguistico: struttura profonda e struttura superficiale

Stefano Santori 19 Ottobre 2026

Tutta questa dissertazione – importantissima – sul linguaggio e sulle sue eventuali trappole, ci ha preparato veramente bene ad affrontare il concetto di linguaggio di precisione e il concetto di modello.

Siamo facendo una caccia spietata ad un modello che plasmi e sagomi il linguaggio, essendo ben chiaro che il linguaggio non è la realtà e quando ci esprimiamo attraverso di esso stiamo modellando linguisticamente delle realtà che abbiamo incamerato attraverso le nostre esperienze di vita dirette, attraverso i nostri sensi. Abbiamo percepito sensazioni, emozioni, catturato immagini, ascoltato suoni, percepito temperature. Poi, nel momento in cui decidiamo di farne partecipi anche altri raccontandole magari in una sala gremita, il linguaggio ci consentirà di trasferire loro quelle emozioni e gli spettatori più sensibili potrebbero addirittura commuoversi!

Stiamo utilizzando il modello linguistico per rappresentare delle realtà.

Se ci spingiamo oltre e concepiamo un modello di come il modello linguaggio viene creato e funziona, stiamo realizzando ciò che tecnicamente viene definito un metamodello: il modello di un modello, il modello che va oltre il modello.

Come esiste la metafisica, ovvero la fisica che va al di là della fisica, che la trascende per descrivere la realtà prescindendo dall’esperienza, esiste il metamodello (linguistico, nel nostro caso), che va oltre il modello linguistico, studiandolo, riformulandolo per ricavarne strumenti utilizzabili, aiutando a comprendere ciò che le persone vogliono dire.

Il metamodello linguistico fornisce una sfilza di strumenti, ci consente di acquisire capacità, di migliorare abilità che poi possono farci arrivare dappertutto.

I suoi spazi applicativi sono innumerevoli, vanno dalla negoziazione al public speaking; i suoi princìpi sono utili nelle compravendite, per un semplice consiglio.

Può diventare strumento essenziale ad affinare le abilità psicoterapeutiche di un professionista del settore, così come può servire a una mamma e a un papà per ottimizzare il dialogo con i figli: va da sé, infatti, che non ci si può rivolgere a un bambino di cinque anni come ad una ragazza ventenne.

L’applicazione del metamodello potrà farci comprendere meglio gli altri, soprattutto a livello di contenuti delle mappe, potremo andare dietro le quinte delle frasi, formalmente valide nel linguaggio ma anche facilmente fraintendibili.

Non ci accontenteremo più di uno che ci dirà: «Sono pronto a morire per la libertà!» ma pretenderemo di capire di quale libertà parla, libertà rispetto a cosa, cosa faccia di pratico nella sua vita per garantirsi la libertà che desidera. Non ci basterà più il suono della parola ma vorremo sondarne tutti i significati più profondi, le implicazioni più nascoste.

Per raggiungere questo obiettivo ambizioso, dobbiamo capire il modo in cui il nostro cervello compone le frasi, utilizza i predicati.

Come utilizza i suoni, grazie all’apparato fonico, per far sì che, giunti alle orecchie di qualcuno, abbiano un senso, un certo significato e una determinata resa.

Cos’è che fa il cervello quando elabora una frase di senso compiuto per rispondere alla banale domanda di chi ci chiede com’è riuscita la nostra vacanza estiva quest’anno? Cosa accade nella sua struttura? Se capiamo tutto questo, capiamo anche come e quando intervenire per allineare perfettamente le nostre esperienze più intime e le parole necessarie a descriverle.

Una persona potrebbe avere una serie ricchissima di esperienze da raccontare ma “indebolirle” e renderle meno fascinose nel momento in cui prova ad esprimerle con le parole. Le tecniche di metamodellamento aiuterebbero pertanto a riavvicinare il linguaggio di quell’individuo al suo reale vissuto. Che comunque – è bene ricordarlo – non è territorio ma sempre mappa.

Ad esempio, l’esperienza di un’escursione di qualche giorno in montagna, non è il territorio ma la sua mappa percettiva, che sarà soggettivizzata, filtrata dalle tue credenze, dalla tua stessa fisiologia.

Se pure il suo vissuto non è il territorio bensì la mappa, figuriamoci quanto non lo sia il suo linguaggio. Anch’esso è solo mappa!

Quindi la persona oltre a trasformare la “realtà reale” della montagna, soggettivizzandola, poi ci costruisce anche il relativo racconto attraverso la personale struttura linguistica; che è definita superficiale in quanto figlia di una più profonda che invece di parole è caratterizzata da percezioni, ricordi visivi, uditivi, cinestetici, olfattivi, gustativi, tattili.

Se due amici s’incontrassero per caso, improvvisando appunto una conversazione sul tema “escursione in montagna”, senza poter ricorrere all’ausilio della tecnologia fatta di video e foto, non avrebbero altro modo per condividere tutto questo incredibile archivio emozionale se non il linguaggio. E se nel corso del racconto, l’escursionista affermasse: «La temperatura era quella ideale», si aprirebbero una serie d’interrogativi per l’ascoltatore: ideale per chi? Quale sarebbe questa temperatura ideale? Ideale in quale mese dell’anno?

Un commento ingenuo, buttato là quasi casualmente, senza alcuna enfasi particolare, potrebbe mettere in discussione tutto quanto.

Il metamodello linguistico aiuta colui che parla a farlo in maniera sempre più precisa ed efficace, cosicché l’ascoltatore arrivi a comprendere la vera essenza della mappa altrui.