Lezione 1, Argomento 1
In Corso

Il metamodello linguistico come strumento di perfezionamento reciproco

Stefano Santori 19 Ottobre 2026

Anche un utilizzo ottimale del metamodello linguistico da parte nostra, pertanto, non deve farci cadere nell’errata convinzione di poter accedere alle mappe mentali altrui e conoscerle alla perfezione.

Ciò non può avvenire perché, nel tentativo di farlo, continuiamo comunque a utilizzare un linguaggio di estrema precisione ed efficacia ma in ogni caso un linguaggio, inteso ovviamente pure come paraverbale e non verbale: anche senza proferire parole, infatti, comunicheremmo lo stesso, utilizzando il linguaggio del corpo. Il che implica che, nel caso si ponessero domande di precisione attraverso il linguaggio verbale emettendo però, pur senza volerlo, anche una serie contestuale di segnali negativi, di toni sgraditi al nostro interlocutore, il risultato sarebbe quello di allontanarsi da lui, aumentando i livelli di trasformazione del “palloncino linguistico” piuttosto che farli diminuire.

La superficie del mare, in tal caso, diventerebbe una spessa cortina di ghiaccio, non solo impossibile da penetrare ma anche semplicemente da scalfire.

Non è stata affatto casuale la scelta di affrontare il concetto di metamodello linguistico soltanto dopo aver analizzato, a fondo, il ricalco, la guida, la sintonia l’empatia.

Prima di fronteggiare l’immersione negli abissi del puro pensiero, infatti, abbiamo necessariamente bisogno di costruirci una sorta di piattaforma fatta di empatia, di fiducia.

È come se dovessimo dapprima garantirci il placet delle autorità, ottenere un permesso per fare delle sessioni di archeologia subacquea in un certo luogo. Senza la loro disponibilità, il previo consenso a presidiare le loro acque territoriali, avremmo le mani legate, non potremmo nemmeno avvicinarci alla riva.

Ebbene, l’empatia e la sintonia sono le chiavi per cercare questo accordo con le autorità governative.

Ecco il motivo che spiega la sequenza corretta da rispettare: prima l’indagine, cercando di comprendere il più possibile; poi la creazione di empatia, all’inizio solo col mirroring para e non verbale; successivamente il ricalco linguistico anche se formale; infine, lo “sfruttamento” di questa base empatica per cominciare l’approfondimento, la vera e propria discesa in direzione di fondali silenziosi e ancora inesplorati.

Non possiamo immergerci e spingerci in profondità senza il consenso del prossimo.

Più spingiamo gli altri ad essere consapevoli di quanto e come il loro linguaggio abbia subito trasformazioni, più si vedranno costretti a mettere in moto e “responsabilizzare” il loro stesso io consapevole, sopito fino a un attimo prima che arrivasse la sollecitazione da parte nostra.

Questo è un passaggio chiave: non siamo solamente noi a renderci conto delle trasformazioni degli altri ma anche loro, alla stessa maniera, cominciano a porsi le nostre stesse domande, a mettere in pratica con noi le tecniche di precisione linguistica che abbiamo adottato con loro.

E a quel punto dovranno svegliare e stanare i loro “amministratori delegati”, chiedendogli conto del loro operato, delle frasi che hanno fatto uscire dalle loro bocche in maniera meccanica. Se del caso, gliele contesteranno, entrando nel merito di ogni singola parola e del senso che queste, tutte insieme, hanno attribuito all’intero discorso. Anche loro cominceranno a fare il terzo grado, a formulare domande incessanti e incalzanti.

Essere più precisi non fa bene soltanto a noi ma estende i suoi molteplici effetti positivi anche agli individui con i quali entriamo in contatto. Smuovendo la terra sotto i loro piedi, possiamo diventare gli artefici di una loro rinnovata e affinata consapevolezza.

Un uso appropriato e meticoloso del linguaggio, potrebbe far vacillare una persona, le sue pseudo certezze spesso costruite come castelli di sabbia sulla battigia, col mare agitato. E questo può realizzarsi semplicemente attraverso domande accuratissime, pertinenti, ribattendo e mettendo in discussione ogni risposta che sia troppo immediata e convinta: «Cosa ti fa essere così certo che le Maldive piacciano a tutti? Che siano il posto ideale per una vacanza? Ideale in che senso e rispetto a quali criteri?».

Interrogativi come questi, sarebbero in grado di minare le sue convinzioni, innescando una reazione a catena, un processo di presa di consapevolezza da parte di ambedue le parti. Con una di esse che diventerebbe conscia di come l’altra abbia modificato le sue strutture profonde in struttura superficiale linguistica e con la seconda costretta ad ammettere la necessità di tornare ad accendere la luce della sua coscienza.

Ecco, intrinseca del metamodello, manifestarsi la parte quasi terapeutica di questo processo di perfezionamento reciproco. Un arricchimento delle parti attraverso una nuova architettura dei rispettivi modelli linguistici e di comunicazione in generale.

Verosimilmente, la mappa che ci portava a dire: «Andrò sempre in vacanza alle Maldive perché sono il paradiso terrestre» sarebbe trasformata nella nuova: «Credo che l’estate prossima trascorrerò le mie ferie in Polinesia Francese, visto che me ne hanno parlato altrettanto bene».

Fare da guida significa semplicemente fare in modo, attraverso la nostra strategia scientifica di comunicazione, che l’altro riprenda consapevolezza anche della sua comunicazione, del significato profondo di essa, allo scopo di riaprire il suo modello del mondo che aveva finito per trincerarsi dentro un bunker fatto di regolette che tanto facevano comodo fin a quando ritenute incontestabili e inconfutabili ma che pure lo hanno allontanato dalla realtà, costringendolo in un microcosmo fittizio, abitato esclusivamente da lui.

Fino a questo momento, per comodità espositiva e maggiore chiarezza, ci siamo limitati ad esempi innocui, tranquilli. Ma pensiamo anche a ipotesi differenti, sostituendo le nostre disquisizioni sulle Maldive e la Polinesia Francese con altre di stampo ideologico, politico, religioso.

Si tratta indubbiamente di argomenti meno confortevoli, di tematiche più vivaci, spigolose che, con tutta probabilità, implicano un coinvolgimento maggiore da parte di tutti.

Il processo rimarrebbe sostanzialmente simile, quasi immutato, ma anche casi simili dimostrerebbero come il linguaggio forgia in maniera fatale la nostra realtà, nel bene e – ahinoi – anche nel male.

Costruirsi regole immutabili, incontestabili, dogmatiche – peraltro fondate su presupposti del tutto privi di oggettività – è veramente imprudente, azzardato.

Se il “nostro” amministratore delegato, negli anni trascorsi sui banchi di scuola e nelle aule universitarie, avesse maturato il convincimento di non essere destinato al successo, con ogni probabilità sarebbe rimasto vittima di quella credenza e per questo condannato a una vita mediocre.

Se per non rischiare niente, ci accontentassimo tutti di come siamo, magari affidando le nostre sorti nelle mani di un destino per noi ineluttabile, finiremmo per costruirci e fissarci regole di vita a supporto della nostra teoria di un burattinaio che decide tutto muovendo i fili delle nostre esistenze. E quegli assiomi, diventando automatici col tempo, sarebbero nostri acerrimi nemici, implacabili, condizionando ogni nostro istante di vissuto.

Quelle distorsioni di pensiero, per nulla vere né verosimili, devono essere scardinate dai colpi di martello inferti dal metamodello, col risultato di una rinnovata consapevolezza di noi stessi.

Il metamodello, in questo senso, rappresenta il cambiamento, il veicolo di rinnovamento e miglioramento per eccellenza. Questi sono i suoi obiettivi più sani e genuini. Non ha a che fare con la vendita, la PNL non serve a convincere un potenziale cliente a comprare un computer o un’automobile nuovi. O meglio, non deve servire esclusivamente a questo.

Il suo è un ruolo più delicato, più profondo, più ampio, più costruttivo. Che ci permette di puntare dritti a obiettivi decisamente più ambiziosi.

È uno stimolo a riflettere di più e meglio, a ingigantire e potenziare la nostra consapevolezza.

La PNL è nata per aiutare le persone a rivedere i loro modelli del mondo, rendendoli più flessibili, elastici e adeguati alla vita che è un cambiamento continuo, non rigidità e staticità.