Lezione 1, Argomento 1
In Corso

Il linguaggio: i livelli delle parole calde versus la specificità delle parole fredde

Stefano Santori 19 Ottobre 2026

Nel descrivervi la differenza tra parole calde e parole chiave, ho necessariamente dovuto sottolineare e farvi comprendere che si tratta di forme di ricalco linguistico che possono tuttavia presentare diversi livelli di profondità.

Il vocabolo libertà è una parola calda e ricalcabile. Potrei ascoltare una persona sostenere quanto la libertà rappresenti una priorità nella sua vita e poi raccontargli anch’io di come la libertà d’espressione sia indispensabile a noi esseri umani, incontrando verosimilmente un’approvazione scontata da parte sua.

Ma non è detto che ci si trovi sempre d’accordo sul significato da attribuire ad uno specifico termine: con le parole calde si corre quel grande rischio rappresentato dal fatto che, essendo così ricorrenti nel linguaggio comune, possano facilmente essere equivocate. Non è scritto da nessuna parte che il mio interlocutore – come ho fatto io – intenda la libertà come libertà d’espressione, in quel determinato contesto. Egli potrebbe attribuirgli un significato diverso, o dare priorità ad un altro tipo di libertà, caso mai a quella di associazione, giusto per fare un esempio.

Non posso dare niente per scontato, non posso evitare di chiedermi quale sia l’accezione che l’altro intende attribuire a quella stessa parola in quel momento. Cosa intendeva effettivamente dire quando ha pronunciato la parola libertà? Quando diceva che la sua storia d’amore è finita per mancanza di libertà, cosa voleva dire? Si riferiva alla liberta di esprimersi o forse a quella di uscire a cena con gli amici? Parlava invece di libertà di costumi sessuali? Ricalcare la parola libertà non deve farci cadere nel grave errore di dire: «Va beh, io amo la libertà, lui pure, quindi siamo fratelli».

L’unica conclusione che possiamo trarre è che siamo linguisticamente vicini e che entrambi attribuiamo una valore enorme alla libertà. Punto. Tutto il resto sarebbe azzardato: cosa c’è dietro al valore libertà, com’è meglio concretizzarlo nelle nostre vite, come placare la nostra fame di libertà nel mio modello e nel suo.

Varrebbe certamente la pena approfondire anche questo ma si tratta comunque di un discorso ben diverso. Ed entrare nel merito, peraltro, potrebbe pure far emergere una realtà sorprendente, scomoda. Potremmo infatti realizzare persino che il nostro modo di concepire e percepire la libertà, di desiderarla, è talmente diverso che lui ed io ci troviamo proprio agli antipodi.

Non poche volte mi sono imbattuto in discorsi piuttosto divertenti tra imprenditori e i loro dipendenti, vere e proprie sfide dialettiche per stabilire quali delle due categorie sia la più libera. I dipendenti affermano di avere meno pensieri, un orario di lavoro oltre il quale difficilmente sono costretti ad andare, tutte le festività da potersi godere staccando totalmente la proverbiale spina. D’altro canto, gli imprenditori sostengono di essere liberi di arrivare più tardi la mattina senza che nessuno glielo faccia notare, di poter vendere la loro azienda e ritirarsi a vita privata quando vogliono. Ambedue le categorie sono assolutamente convinte che la loro sia la vera libertà. E il bello è che hanno tutti ragione o, se preferite, nessuno di loro ha torto.

Stanno solamente declinando in modo differente la stessa parola calda, considerando due diverse accezioni dello stesso termine, rapportato a due differenti modelli del mondo, collegato a due fattori esperienziali difformi, a un’interminabile catena di emozioni vissute nel corso degli anni – l’impiegato in un modo e l’imprenditore in un altro – che nel tempo hanno convinto ciascuno che il giusto modello relativo alla parola/concetto libertà sia proprio il suo.

In realtà, non c’è giusto e sbagliato in assoluto ma semplicemente siamo di fronte a due individui con due mappe mentali diverse.

E siccome la mappa non è il territorio, nel caso ci trovassimo a dover negoziare con uno dei due, dovremmo prima ascoltare, percepire, indagare, capire, e poi scoprire cosa c’è dietro la parola libertà per come egli la intende, utilizzandola a questo punto per un ricalco più profondo, nel modo più adeguato e corretto possibile.

Se invece ci accontentassimo di un ricalco più superficiale, non conoscendo affatto il modello del mondo dell’interlocutore di turno, potremmo limitarci ad esaltare l’importanza della libertà senza correre il rischio di fraintendimenti compromettenti. In un caso simile, non converrebbe addentrarci nei contenuti più stretti, sarebbe meglio utilizzare frasi molto generiche, per esempio limitandoci ad affermare che: «La nostra negoziazione – pur in ottemperanza alle linee guida contrattuali – sarà caratterizzata dal pieno rispetto della libertà della controparte, essendo la libertà stessa un valore imprescindibile». Un siffatto “escamotage” è in grado di fare miracoli! Mantenersi sul generico, può mettere d’accordo perfino interisti e milanisti, romanisti e laziali. Non potrebbero che essere tutti in sintonia se si limitassero a sostenere quanto sia utile alla classifica della propria squadra guadagnare i tre punti, con una vittoria condita da un’ottima prestazione in campo.

I problemi non tarderanno invece a sorgere quando più si entrerà nel merito, affermando per esempio che è bello quando la squadra X sconfigge la squadra Y. È scontato che una presa di posizione così netta e parziale del tifoso della squadra X, finirà per scontentare e sollevare l’accesa polemica del sostenitore della squadra Y contro di lui.

Tutto questo chiarisce come le parole possano essere utilizzate a più livelli, in funzione di quanto se ne sappia, di quanto si abbia potuto indagare.

Se mi trovassi ad una cena di affari, in compagnia di persone che ho appena conosciuto, senza quindi avere avuto l’opportunità di approfondire il significato che ciascuno di loro attribuisce alla correttezza nei rapporti di lavoro, mi limiterei a ricalcare l’enfasi sull’importanza della correttezza reciproca nei rapporti professionali, sicuro che questo aspetto non solo sia incontestabile ma anche condivisibile da parte di tutti i commensali. In una situazione come quella appena descritta non si è trattato di un ricalco profondo bensì molto superficiale. E voluto. Ma sempre un ricalco abbiamo messo in atto. Formalmente abbiamo utilizzato e ascoltato la stessa parola ma approfondirne e sviscerarne i suoi significati più profondi costituisce la vera sfida, l’obiettivo da raggiungere.

Le parole chiave hanno un vantaggio rispetto alle parole calde e dunque, in termini operativi, ricalcare una parola chiave invece di una calda, può garantire un beneficio maggiore. La ragione di ciò sta nel fatto che la parola chiave è più “verticale” nella cultura: essendo una parola specifica, tecnica e precipua dello sciame di cultura al quale apparteniamo, non permette molti equivoci. Se un neofita sentisse un investitore lamentarsi perché ha dimenticato di prevedere uno stop loss[1], si gratterebbe il capo con uno sguardo incredulo, un’espressione interrogativa: «Di cosa starà mai parlando quel tizio?!». Al contrario, un esperto di finanza capirebbe in un attimo e non potrebbe che condividere il rammarico dello speculatore smemorato.

Ricalcare parole chiave al posto di parole calde dà una marcia in più ma anche un potere in meno. Il ricalco di una parola chiave, infatti, pur essendo “freddo”, ci dà immediatamente il conforto del senso di appartenenza ad una stessa “tribù”, alla medesima categoria: tu sei un trader, lo sono anch’io, quindi se parliamo di investimenti, del “testa e spalle”, e ne analizziamo i grafici insieme, ci capiamo immediatamente, senza incomprensioni.

È molto probabile che questi termini non corrispondano ad un vissuto emotivo, però perlomeno a livello cognitivo più “freddo”, abbiamo trovato il ricalco. Il rischio di equivoci è pressoché azzerato.

Parole calde come amore e rispetto, sono più coinvolgenti emotivamente ma generano confusione, ambiguità, malintesi. Anche termini apparentemente più oggettivi e imparziali di altri, come onestà, per esempio, danno luogo a troppe interpretazioni e potrebbero venire abilmente “de-oggettivate” nel caso ciò fosse utile a sostenere un’argomentazione, a corroborare una convinzione personale.

Le parole chiave sono più nette, più precise, sono sufficienti a farci capire una parte di contenuto del modello del mondo. Attenzione, solamente una parte, non sto affermando che esse ci “regalino” la comprensione totale dell’altro.

Però, ad esempio, sapere che sub utilizza la miscela arricchita Nitrox, mi permette già di farmi un’idea ben precisa sul suo conto: certamente non ha iniziato ieri a praticare questo sport, perché prima di prendere il brevetto di immersione con Nitrox bisogna aver ottenuto quello di 2° grado e poi essere stati introdotti nel mondo delle miscele arricchite. Posso cominciare a immaginare com’è la sua giornata tipo quando va al mare, posso già condividere con lui tutta la preparazione (indossare una muta, controllare l’attrezzatura, caricarsela sulle spalle, controllare i manometri, …).

Quella parola mi svela un pezzo di mondo che io posso dire di condividere con l’altro. Non perché io sia un genio a capire gli altri ma perché è caratteristica intrinseca delle parole chiave.

Non sarò in grado di comprendere con immediatezza se quel sub è un tipo che ama la famiglia, se il suo valore onestà è forte, se è un tipo leale e fedele. Non è detto che lui ed io abbiamo in comune gli stessi valori della vita ma possiamo senz’altro condividere determinate sensazioni, emozioni e vissuti che, in quanto subacquei, abbiamo giocoforza sperimentato.

 

[1] Si tratta di un termine inglese utilizzato dagli investitori nei mercati finanziari, per indicare un punto limite.

Letteralmente tradotto con “ferma la perdita”, si tratta dell’ordine che l’investitore comunica al proprio broker per indicare il punto di minimo raggiunto il quale il titolo deve essere venduto.

È una sorta di protezione dalle perdite. L’investitore decide la perdita massima che è disposto a subire dal calo del prezzo delle azioni possedute, e così individua un prezzo di stop loss. Se il prezzo dell’azione dovesse scendere fino allo stop loss, il broker ha l’obbligo di vendere il titolo.