Il cervello come una città: l’afflusso sanguigno e la “lettura” del cervello con approccio metacognitivo
Le scoperte neuroscientifiche di questo trentennio non si sono limitate esclusivamente ai neuroni specchio, tutt’altro. Sono andate talmente avanti da dimostrare addirittura quali sono le piccole porzioni del cervello umano che si attivano e intervengono in risposta a determinati stimoli. Certo, il nostro cervello, per molti versi, continua ad essere avvolto nel mistero, probabilmente il più grande enigma che alla scienza rimanga ancora da svelare ma essa ci ha perlomeno rivelato una buona parte del suo funzionamento.
Rispetto a 30-40 anni fa gli studi in merito hanno fatto molta strada. Soprattutto, oggi è più facile che persone del tutto inesperte ma desiderose di documentarsi e saperne qualcosa di più, riescano ad avere accesso a queste informazioni.
Hanno smesso di essere notizie riservate, accessibili solo agli addetti ai lavori, ai ricercatori, agli sviluppatori di metodologie e tecnologie, agli scienziati. Chiunque, oggigiorno, è in grado di cercare un buon libro e navigare liberamente nel web imparando parecchie cose sul nostro meraviglioso organo cerebrale.
Una doverosa puntualizzazione: quando mi sentite dire che sistemi come la risonanza magnetica funzionale per immagini “leggono” quello che fa il cervello in un determinato momento, in risposta ad uno specifico stimolo, non sto sostenendo che sul monitor vediamo apparire la scritta “in questo istante il cervello prova una sensazione assai sgradita, di conseguenza il cortisolo in circolo nel sangue sta aumentando considerevolmente”. Non è così. Affermare che possiamo leggere il cervello attraverso il monitor di una sofisticata apparecchiatura medica – nel nostro caso quello della risonanza magnetica funzionale per immagini – sta a significare che siamo in grado di visualizzare quelle aree che, in risposta ad un particolare stimolo, risultano più “attive” di altre in un certo momento. Lo schermo ci consente di osservare l’aumento della circolazione sanguigna, il cui flusso viene concentrato proprio nelle aree più sollecitate.
Ricorriamo ad un’analogia per rendere meglio l’idea.
Immaginiamo un cervello grande come una metropoli, con il sangue a rappresentarne il traffico, ovvero l’insieme delle automobili che circolano per la fitta rete stradale. E noi, dall’alto, a osservare ogni minimo dettaglio di questo viavai, tutte le vetture che si spostano incessantemente da una parte all’altra della città. Ad un certo punto, improvvisamente, potremmo imbatterci in un enorme flusso caotico verso la zona est, una moltitudine di auto – gran parte di quelle circolanti – concentrarsi in quell’area urbana. E successivamente, per altre ragioni (un incidente, ad esempio, che rappresenta lo stimolo esterno), potremmo invece notare un afflusso più massiccio verso la zona nord-ovest, accompagnato da un alleggerimento del traffico nella zona paralizzata in precedenza. Un’attenta e ripetuta serie di osservazioni, ci permetterebbe di familiarizzare con i vari stimoli e, in particolare, con gli effetti che questi sono in grado di produrre. Dopo un po’, arriveremmo perfino ad anticipare quali saranno le aree più sollecitate al mutare dell’impulso esterno, in uno specifico delta temporale.
Potremmo intuire con largo anticipo le conseguenze di un ben preciso stimolo nell’area del cervello chiamata maggiormente in causa.
Grazie all’osservazione sistematica, uno scienziato è in grado di determinare che uno stimolo X genera una risposta X₁, richiamando, da un punto di vista meramente fisiologico, più sangue in una particolare area cerebrale.
Rimane poi da spiegare la ragione per cui uno stimolo solleciti proprio un’area e non un’altra ma le scoperte scientifiche, si sa, costano tanti sacrifici anche in termini di tempo, non si palesano tutte in una volta. La scienza continua a lavorare senza soluzione di continuità ma i suoi progressi sono assai travagliati, sofferti. E hanno bisogno di tempo.
Tuttavia, già essere arrivati a osservare, saper “leggere” il cervello[1] e le sue reazioni, interpretare l’incessante flusso di traffico dentro questa immensa metropoli piena di strade principali e viuzze secondarie, rappresenta un indiscutibile balzo in avanti delle neuroscienze.
Tutto questo meraviglioso “ammasso” è diventato intellegibile, è possibile capire scientificamente, con l’utilizzo di strumenti precisi, quanto accade nella nostra testa, se non altro a livello di flusso sanguigno e di aree.
Nel corso dei miei anni da docente, ho maturato la convinzione che sia utilissimo integrare le scoperte neuroscientifiche con il modello neurolinguistico, pur non essendo esse parte costitutiva dell’originario modello didattico della PNL.
Si tratta di una sezione che ho voluto aggiungere ai miei Master per formatori, ritenendola fondamentale: l’approccio metacognitivo, infatti – cioè il conoscere in che modo conosciamo la realtà – ci permette di completare uno step ulteriore, facendoci comprendere anche il funzionamento del nostro cervello cognitivo, ossia il cervello che studia sé stesso. Cosa che è indispensabile per avere una maggiore autoconsapevolezza. Nella neurolinguistica un simile approccio ci consente di capire le ragioni dell’utilizzo di alcune tecniche in un modo o in un altro, senza limitarci ad accettarle passivamente da chi ce le insegna.
L’approccio metacognitivo non è un triplo passo in avanti ma un vero e proprio balzo quantico, ci porta ad agire in un certo modo dopo essere diventati realmente consapevoli di ciò che sta avvenendo hic et nunc. Di conseguenza, capiamo quello che è meglio fare in risposta al tipo di attivazione di una determinata area cerebrale.
Per fare un esempio, nel caso il mio interlocutore fosse in una fase poco razionale e stesse rispondendo “con troppa amigdala” – una regione del cervello che per sua stessa natura non funziona in modo logico – un approccio cognitivo valido mi permetterebbe di sapere esattamente cosa significhi e implichi l’attivazione di quest’area e pertanto non farei fatica alcuna a decidere di tacermi in quel frangente, aspettando che l’individuo di fronte a me si calmi, che la sua amigdala vada pian piano raffreddandosi, per poi approcciarlo nuovamente con le mie argomentazioni logiche (che soltanto un attimo prima sarebbero invece risultate vane).
Sono questi i presupposti che mi fanno ritenere irrinunciabile l’insegnamento dell’approccio metacognitivo in questo nostro contesto. Esso è di vitale importanza per chi studia Programmazione Neuro Linguistica; chi fa questo mestiere, non può ignorare i principi basilari del funzionamento della mente, intesa come summa delle attività di quello che a tutti gli effetti è il suo “hardware”: il cervello. Mente e cervello sono interconnessi, indissolubili. La mente non può esistere senza il cervello (mentre paradossalmente potrebbe essere vero il contrario), le nostre elaborazioni mentali sono attività di pensiero espressione diretta della chimica del nostro cervello.