Lezione 1, Argomento 1
In Corso

I tre meccanismi trasformazionali del linguaggio universale

Stefano Santori 19 Ottobre 2026

In questo senso, il principio ispiratore del metamodello può essere definito “filosofico”: non è un’arma linguistica, non è stato concepito per farci vincere gli scontri dialettici, benché indubbiamente possa diventare un validissimo alleato in simili circostanze.

Non nasce per manipolare il prossimo, per guadagnare consensi e far ottenere più voti al candidato di un partito politico che affronta una campagna elettorale e delle elezioni, per permetterci di incrementare il fatturato della nostra azienda. È tuttavia anche un efficacissimo strumento di persuasione, utilissimo nelle negoziazioni e nelle vendite.

Non è nato con queste intenzioni ma può essere usato pure per questi scopi, generando, di fatto, dei veri e propri update e upgrade delle capacità linguistiche già in nostro possesso.

Non s’impara l’italiano grazie alla PNL – è stata la scuola a insegnarcelo – noi lo abbiamo senz’altro migliorato parlandolo, ne abbiamo colto tutte le sfumature entrando a contatto con altri esseri umani. Ma grazie alla PNL e al metamodello possiamo capirne i segreti e farne un uso più consapevole.

Qualunque sia l’affermazione, la domanda o la risposta, si tratta sempre di frasi, di linguaggio. E dove c’è linguaggio, c’è anche il relativo processo trasformazione.

La presenza di una struttura linguistica superficiale, implica l’esistenza di una più profonda nascosta negli abissi degli oceani, non ci sono dubbi in proposito.

E noi puntiamo dritti proprio a quelle profondità. Pur consci di non poter mai toccare quei fondali (perlomeno fin quando qualcuno dovesse inventare strumenti di telepatia), sappiamo che ci avvicineremo moltissimo ad essi.

Giungere all’oscura profondità, partendo dalla superficie, ci porterà a conoscere un linguaggio che ha subito pochissime trasformazioni, consentendoci di comprendere meglio le caratteristiche che più si avvicinano al modello originale.

Un conto è vedere lo schizzo abbozzato, quasi stilizzato di un soggetto, di una natura morta, altro è vedere il disegno compiuto del soggetto originale, con tutti i particolari, le prospettive, le proporzioni, i colori, le luci e le ombre.

Dal soggetto originale al linguaggio racchiuso nella nuvoletta stile fumetto, dalla struttura profonda a quella superficiale, quanti sono i tipi di trasformazione che il cervello mette in essere?

I meccanismi trasformazionali universali del linguaggio sono tre: si parla di trasformazione perché fanno sì che le strutture profonde vengano trasformate; di universalità perché qualsivoglia linguaggio che abbia regole sintattiche – dallo swahili, passando per portoghese, il tedesco o il russo – ha sempre bisogno di questi tre meccanismi trasformazionali per poter mettere ordine e generare suoni più sensati (nel senso di suoni che abbiano una codifica da parte dell’emittente con una riflessa possibilità di decodifica da parte del ricevente).

In mancanza di uno stesso codice, in comune, poco o niente si può fare. Qualora ci trovassimo a parlare con un giapponese non conoscendo il codice della lingua giapponese, dovremmo giocoforza accontentarci di sentire una minestra di suoni, limitandoci a cogliere soltanto i micro-segnali, il paraverbale, il non verbale e la mimica facciale. Potremmo cercare di intuire (niente di più) lo stato d’animo del nostro amico giapponese ma lì ci fermeremmo, senza avere la benché minima chance di accesso ai suoi contenuti. Il massimo ottenibile sarebbe un rispecchiamento para e non verbale, non potendo fare neppure un ricalco linguistico formale, dal momento che non capiamo una parola di giapponese.

Come dicevamo, i meccanismi trasformazionali universali sono tre.

Non hanno un ordine predefinito ma vengono utilizzati a seconda del momento, della frase, del contesto.

Per fini meramente didattici, proviamo a suddividerli come segue: il primo meccanismo è la generalizzazione; il secondo è la cancellazione; il terzo, forse un po’ più complicato da comprendere ma che dà più risultati e maggiori soddisfazioni in termini di creatività, è la deformazione (o distorsione, che dir si voglia).

Generalizzare, cancellare e deformare sono tre attività trasformative che il cervello compie dalla struttura profonda per arrivare a emettere “fumetti linguistici” che abbiano un senso.

Più tali meccanismi vengono messi in atto, più il palloncino che esce fuori a galleggiare sulla superficie del mare si allontana dalla struttura profonda. Per contro, meno si mettono in atto questi meccanismi, più il linguaggio rimane vicino alla struttura originale.

Utilizzando la metafora del soggetto del disegno possiamo fare le stesse riflessioni, traendo le medesime conclusioni: meno trasformazioni apportiamo al disegno, discostandoci pochissimo dalla realtà che abbiamo deciso di rappresentare, tanto più facile sarà capire quale fosse il soggetto originale che avevamo messo su carta.

Se raffigurassimo la mela dentro il vassoio sul nostro tavolo da pranzo, così com’era, senza volerla a tutti i costi “trasformare”, forzando la nostra creatività ai limiti della pura fantasia, sarà certamente impossibile scambiarla con una banana o un’anguria.

Diversamente, qualora in un eccesso di spinta creativa distorcessimo all’inverosimile quella stessa mela, proponendone una nostra versione astratta, astrusa, potrebbero essere messi in essere una serie infinita di ragionamenti – tutti legittimi – per giustificare e cercare di spiegare il senso di una rappresentazione così troppo sui generis da parte dell’artista di turno.

Un disegno che subisce meno interpretazioni, si avvicina moltissimo al soggetto originale, al modello reale d’ispirazione per l’artista (la mela, nel nostro esempio), pur non cogliendolo mai nella sua interezza.

Possiamo quindi tranquillizzarci, rilassarci, metterci l’anima in pace: il massimo cui possiamo aspirare è un avvicinamento all’originale davvero molto molto stretto. Il che costituisce un risultato comunque eccellente.

Tornando ai tre meccanismi trasformazionali universali, cominciamo a vedere cosa s’intende per generalizzazione.

Cosa significa e, soprattutto, a cosa serve generalizzare?

La generalizzazione è una fantastica forma di “risparmio”: l’ormai familiare amministratore delegato – il nostro io consapevole – è talmente indolente, apatico ai limiti della letargia, che si stufa facilmente di tutto. Non ha nessuna intenzione di spremere le sue meningi, attingendo continuamente alle sue risorse di glucosio, si rifiuta di mettere in moto tutti gli impegnativi e stressanti meccanismi di ragionamento della sua mente e preferisce optare per la comodità: dopo aver visto qualche sedia, per esempio, arriva subito alla conclusione di chiamare “sedia” tutte le cose con una forma similare, che gli esseri umani usano per sedersi. Si sbilancia subito per non “faticare” in futuro, generalizzando così: «Ho capito, tutte quelle cose che hanno quelle forme e assolvono a quella funzione, si chiamano sedia!». È ovvio che egli non aspetti di osservare tutte le sedie del mondo prima di decidere con quale nome da richiamare in automatico memorizzarle!

La cancellazione ci serve invece per ridurre il numero di dati in nostro possesso, per sintetizzare al massimo: – «Allora, come sono le Maldive, come sei stato?»; – «È un posto meraviglioso, stupendo, da tornarci appena possibile!». Osservate quante informazioni ha cancellato chi ha risposto alla domanda. Con poche parole ha detto tutto senza in realtà dire molto.

La distorsione, dei tre, è il meccanismo un po’ più “subdolo” ma anche più creativo, più divertente.

È una trasformazione ulteriore, di livello superiore, che facciamo del soggetto di cui parliamo: nel disegno c’è una mela ma chi deve parlarne, descriverla a chi non l’ha vista, potrebbe cominciare a dire che la forma non era affatto sferica, che a lui sembrava allungata, di un colore insolito per una mela, ecc. ecc.

Ecco appena distorta, attraverso il linguaggio, una cosa, una realtà, rispetto a come stava nella struttura profonda, originaria ed originale.

Generalizzazione, cancellazione e distorsione, quindi. Tre meccanismi e tre divertentissime sfide per riuscire a fare l’opposto di ciò che essi fanno.