Lezione 1, Argomento 1
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I tre livelli di comunicazione: verbale, paraverbale, non verbale: l’importanza della calibrazione

Stefano Santori 19 Ottobre 2026

Inizialmente, è sufficiente sforzarsi di cogliere i micro-segnali emessi dai nostri interlocutori, mentre la loro interpretazione sarà lo step successivo: vale davvero la pena allenare questa abilità!

Il modello neurolinguistico applicato alla comunicazione interpersonale si arricchisce in questo modo di molte possibilità.

In ogni unità di tempo, in ogni momento comunicativo, riceviamo dati dal nostro interlocutore che arrivano attraverso il canale verbale, paraverbale e non verbale; noi decodifichiamo tali dati, trasformandoli in informazioni. Quando comunichiamo, emettiamo a nostra volta messaggi attraverso i tre canali.

È dunque importante focalizzare l’attenzione sulla triplice attività comunicativa che esiste quando siamo in relazione con qualcuno: dobbiamo infatti porre il focus su ciò che la persona ci dice (canale verbale), su come lo dice (canale paraverbale) e su cosa fa mentre lo dice (canale non verbale), per essere in grado di utilizzare le informazioni che abbiamo elaborato e riproporle quando siamo noi a comunicare, utilizzando in ricalco verbale parole chiave e parole calde, in ricalco paraverbale tono, volume e velocità dell’eloquio del nostro interlocutore e in ricalco non verbale utilizzando il nostro corpo per emettere segnali che naturalmente riteniamo essere in rispecchiamento con ciò che ci è stato trasmesso.

Questa serie di attività piuttosto impegnative non va espletata con mera finalità di pratica: l’intento neurolinguistico è piuttosto quello scientifico di verificare coscientemente se il modo con il quale stiamo attuando la comunicazione sia valido o meno e se essa ci stia permettendo di ottenere il risultato desiderato. La calibrazione dei nostri interlocutori è il mezzo attraverso il quale possiamo ottenere risposte in merito alla validità di ciò che stiamo attuando, poiché consiste appunto nel calibrare la comunicazione verso qualcuno. Essa si basa sull’ascolto e sull’osservazione al fine di misurare in che modo vada generata la comunicazione per ottenere un determinato risultato. Riuscire ad effettuare una calibrazione accurata vuol dire essere in grado di attuare anche cambiamenti motivazionali, mutando ad esempio lo stato emotivo di qualcuno da depresso a motivato, dopo aver registrato che ad un determinato stimolo la persona reagisce in modo grintoso e riproponendo lo stesso stimolo in un momento/contesto nel quale la persona si senta invece demotivata.

L’acuità sensoriale è una capacità fondamentale da acquisire e allenare. Essere sensorialmente acuti significa aver sviluppato una forte capacità attenzionale ed essere in grado di raccogliere, attraverso i sensi, dei dati che una volta elaborati diventano informazioni.

Immaginiamo di aver conversato per qualche tempo con due amici e che ad un certo punto uno dei due vada via. Iniziamo a confrontarci con l’altro amico sull’esito della comunicazione appena intercorsa: io racconto tutto ciò che ho registrato in termini di macro e micro-segnali, di canali utilizzati: cambi di tono, un raschiamento di voce, un tentennamento, l’ingrandirsi degli occhi mentre parlava di un determinato argomento e così via, mentre il mio amico afferma di non aver notato nulla. Ovviamente, la terza persona aveva effettivamente emesso molti segnali durante la conversazione, che però non sono stati colti (quindi tantomeno decodificati) dal mio amico, in quanto deficitario di acuità sensoriale, il quale anzi mi domanda se sia stato reale ciò che dichiaro di aver visto.

Questo esempio porta alla riflessione che domandarsi se qualcosa sia stato, quando non si è comunque in grado di cogliere da soli quel qualcosa, non ha senso: se non vediamo ciò che c’è, per noi, banalmente, quel qualcosa non c’è, perché quello che non percepiamo non è reale per definizione!

Sviluppare attraverso l’allenamento l’acuità sensoriale ci porta non solo a cogliere ciò che realmente c’è o sta accadendo, ma anche ad agire di conseguenza: essa diventa la linea di demarcazione tra ciò che nel nostro modello del mondo è reale e ciò che non lo è.

Facciamo un esempio:

In una cucina le finestre sono ornate da delle tende a pois: osservando una delle tende, la persona che si trova in cucina si rende conto che uno dei pois è in realtà una vespa; considera che la puntura della vespa, oltre che dolorosa, può risultare pericolosa per lei, perché è allergica alle sostanze che compongono il veleno; prende quindi un asciugamano, apre la finestra e smuove la tenda, in modo che l’insetto possa volare via.

Il giorno dopo, nella stessa cucina, con le stesse tende a pois e la stessa vespa che imperterrita è nuovamente entrata e poggia sulla tenda, si trova una persona che non nota l’insetto, non trasforma il dato della sua presenza nell’informazione del possibile pericolo di puntura, non si procura alcun asciugamano per accompagnare fuori ciò che per lei neanche esiste, si avvicina alla finestra… E viene punta dalla vespa.

Anche in questo esempio emerge chiara l’inutilità di chiedersi se si trattasse effettivamente di una vespa pericolosa o piuttosto di una fastidiosa (ma non pericolosa) mosca: in mancanza di acuità sensoriale l’insetto non esiste, di qualunque insetto possa trattarsi.

Si può metaforicamente ricondurre quanto appena esaminato alla calibrazione: se non ci accorgiamo dei cambiamenti che avvengono nel nostro interlocutore, come possiamo collegarli agli stimoli che abbiamo dato? Come possiamo modificare gli stimoli per ottenere cambiamenti, se dei cambiamenti non ci accorgiamo?

Non possiamo cambiare, modificare o plasmare ciò che non riusciamo a cogliere né a misurare!