I neuroni specchio
Restando in un contesto di rivoluzione e sviluppo neuroscientifico, risulta d’obbligo citare il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, la cui scoperta, riconosciuta a livello internazionale, ha permesso di spiegare molti dei nostri comportamenti individuali e sociali, e ha comportato anche una trasformazione nel modo di intendere percezione, azione e cognizione, dato che lo studio dei neuroni specchio ha mostrato che le aree del cervello deputate all’agire sono in grado anche di percepire e di conoscere.
Lo scienziato iniziò a dedicarsi allo studio della corteccia premotoria. A tal fine, aveva collocato degli elettrodi nella corteccia frontale inferiore di alcuni macachi per studiare i neuroni specializzati nel controllo dei movimenti della mano, come il raccogliere o il maneggiare oggetti. Durante ogni esperimento veniva registrato il comportamento dei singoli neuroni nel cervello della scimmia mentre le si permetteva di accedere a frammenti di cibo, in modo da misurare la risposta neuronale a specifici movimenti. Come molte altre scoperte storiche, anche quella dei neuroni specchio fu dovuta al caso: mentre uno sperimentatore prendeva una banana in un cesto di frutta preparato per esperimenti, alcuni neuroni della scimmia che osservava la scena reagirono. Come poteva essere accaduto, se la scimmia non si era mossa? Fino ad allora si pensava che quei neuroni si attivassero solo per funzioni motorie. In un primo momento gli sperimentatori pensarono si trattasse di un difetto nelle misure o un guasto nella strumentazione, ma tutto risultò funzionare correttamente e le reazioni si ripeterono non appena fu ripetuta l’azione di afferrare.
Da allora questo lavoro è stato pubblicato, con l’aggiornamento sulla scoperta di neuroni specchio localizzati in entrambe le regioni parietali frontali inferiori del cervello e confermato.
Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, la stimolazione magnetica transcranica e l’elettroencefalografia, si è dimostrato che nel cervello umano esiste un sistema analogo, esiste cioè una sincronia fra azione e osservazione.
È stato inoltre dimostrato che l’attivazione dei neuroni specchio risulta maggiore quando l’osservatore abbia vissuto un’esperienza simile a quella che sta osservando (ad esempio, nel caso in cui stia guardando in tv un calciatore che sta per battere un rigore e sia stato anch’io un calciatore).
Grazie all’intervento automatico di questi neuroni, quindi, i modelli del mondo possono avvicinarsi, perché possiamo comprendere, appunto attraverso il rispecchiamento, una parte della mappa del nostro interlocutore, percependola quasi come nostra e generando in questo modo una forte empatia con l’altro.
La scoperta dei neuroni specchio ha dunque permesso, come già dichiarato, di comprendere meglio il funzionamento dell’empatia sociale, i cui risvolti funzionali pratici sono molteplici: senza la capacità di identificarsi nel prossimo non sarebbe stato possibile condividere per ottenere sostegno e aiuto, non ci sarebbe stato lo sviluppo tribale collettivo, né la socialità; sappiamo bene invece che lo sviluppo della socialità, della collaborazione e della cooperazione umana ha permesso al genere umano di progredire e di evolversi, proteggendosi dai pericoli e dalle avversità del passato. La nostra innata capacità di immedesimarci e di identificarci nel prossimo, di rispecchiare le esperienze altrui ci permette di entrare in empatia, abbassando le nostre difese.
Il concetto di mirroring esiste in PNL da circa 40 anni e consiste nel tentativo di entrare in empatia con gli altri rispecchiando appunto il più possibile la loro mappa esperienziale, il loro modello del mondo.