Lezione 1, Argomento 1
In Corso

I lati oscuri dei meccanismi trasformazionali universali e gli antidoti alle “malattie” del linguaggio

Stefano Santori 19 Ottobre 2026

Perché mai fare l’esatto opposto di ciò che i meccanismi trasformazionali mettono in atto nella nostra mente, qual è la ragione del dover remare controcorrente rispetto ai flussi che generano nel nostro cervello?

Gli aspetti utili dei tre meccanismi sono lapalissiani: cancellare significa sintetizzare. Distorcere significa costruirci una realtà sempre più vicina a quella che vorremmo, un mondo a nostra immagine e somiglianza. Generalizzare significa garantirsi una grande comodità e un notevole risparmio di energie.

Allo stesso tempo, però, essi presentano anche dei lati più oscuri, niente affatto utili, anzi dannosi, che, per rendere meglio l’idea facendo ricorso ad un’analogia, potremmo immaginare come vere e proprie patologie, disfunzioni, malattie del linguaggio.

Le generalizzazioni impoveriscono i modelli del mondo. Fare di tutta l’erba un fascio, infatti, è assai azzardato, poco analitico e per nulla serio (pensiamo soltanto alle pericolose, talvolta drammatiche, generalizzazioni del fenomeno del razzismo).

La varietà del mondo è così vasta, talmente complessa e ricca di contraddizioni, che ingabbiarla in stereotipi caratterizzati da pseudo-opinioni di evidente discutibilità, è oltremodo fuorviante, depauperante.

Le cancellazioni – lo dice la parola stessa ­– rischiano di cassare anche informazioni utilissime, omettere notizie, dati, spiegazioni e ragguagli, rendendo incompleti i nostri discorsi.

L’aspetto pericoloso delle distorsioni è quello di disallineare i dati attraverso un’interpretazione della realtà troppo soggettiva ed originale, quasi visionaria. In sostanza, le distorsioni potrebbero “creare” tante realtà quanti sono i limiti alla fantasia di tutti gli individui del nostro pianeta. In altri termini, non essendoci alcun limite all’immaginazione, infinite sarebbero le realtà possibili.

Ebbene, in presenza di una malattia, di una disfunzione, di un disturbo, si rende necessaria la relativa cura, serve un medicinale appropriato, un antidoto.

Nel caso delle generalizzazioni, l’antidoto è quello di ampliare di nuovo il modello del mondo, entrare nello specifico. Se il nostro interlocutore cominciasse a generalizzare un po’ troppo, ecco che noi gli faremmo così tante domande precise da costringerlo ad essere meno astratto, a fare le opportune distinzioni, a contemplare tutte le singole possibilità.

Se avessimo a che fare con un cancellatore seriale, invece, per arginare la sua vena distruttiva, cominceremmo a cercare di reperire, di “estorcergli” quante più informazioni, attraverso domande puntuali e incalzanti: «Cosa significa che alle Maldive sei stato alla grande, da quale punto di vista esprimi questa opinione? Ti riferisci al paesaggio? All’ospitalità in albergo? Al cibo? Puoi dirmi qualcosa di più, per favore?».

In compagnia di un amico un po’ troppo fantasioso che stesse distorcendo il suo racconto in maniera ragguardevole, proverei a mettergli pressione così da riallineare alla realtà le informazioni ricevute: «Mi stai dicendo che le Maldive sono il Paradiso… Immagino tu intenda dire che si sta parecchio bene ma vorrei capire come sei arrivato ad affermare questo, se pensi che anch’io possa stare così a mio agio da toccare il cielo con un dito come è successo a te!».

Ricapitolando: se stanno generalizzando, la nostra risposta è specificare. Se cancellano, noi recuperiamo le informazioni omesse. Quando distorcono, la nostra medicina agisce riallineando alla realtà.

Ma perché preoccuparci di “guarire” le malattie dei tre meccanismi trasformazionali universali? Dobbiamo farlo sempre? Sistematicamente? Se no, in quali casi adoperarci per correggere questi malfunzionamenti, queste degenerazioni?

Non potremmo lavarcene le mani, lasciando che gli altri, a turno, generalizzino, cancellino e deformino, senza curarci di loro e delle possibili conseguenze?

La risposta affonda le sue radici nel concetto di utilizzo non solo etico ma anche funzionale del metamodello linguistico: applicheremo gli antidoti se e quando servisse a uno scopo collegato a un obiettivo. Se non c’è un obiettivo particolare, che sia magari win-win, ossia utile a me quanto all’altro, ma che male fanno, cosa ci interessa delle sue generalizzazioni, cancellazioni e distorsioni?! Che perseveri pure, perché mai perdere il nostro tempo a contestargliele?!

Attenzione, applicare il metamodello non significa fare a botte con le parole.

Col verbo “contestare”, nel nostro caso, s’intende semplicemente “obbligare”, in maniera innocente e innocua, l’amministratore delegato del linguaggio (il nostro io consapevole), a dare conto intanto a se stesso e poi a noi.

Potremmo ad esempio chiedergli di chiarire le ragioni della sua eventuale affermazione: «Le riunioni devono essere fatte sempre il lunedì mattina di buon’ora, perché solo così si ottengono risultati migliori!», rispondendo: «Certamente, faremo come lei desidera ma, solo per capire meglio, cosa succederebbe se qualcuna di esse dovesse saltuariamente svolgersi anche nel pomeriggio…?».

Spinto a riflettere dalla nostra domanda, l’amministratore delegato stesso potrebbe rimanere sorpreso di non trovare egli stesso una risposta tanto logica e convincente al perché di un’affermazione così assolutistica.

Potrebbe diventare improvvisamente consapevole che non è sufficiente motivarla col fatto che si è sempre fatto così, che ha ereditato questa consuetudine dai colleghi che lo hanno preceduto.

Contestare è un mezzo per innalzare il livello di consapevolezza sul costrutto linguistico, sublimarlo.

Il dirigente potrebbe realizzare che la sua è una decisione di comodo per assecondare la pigrizia che lo soggioga, l’avversione a cambiare le cose, rimanendo così vittima dei retaggi del passato, di abitudini ormai anacronistiche, superate.

Nel caso specifico del linguaggio di precisione, contestare rappresenta il verbo guida, non inteso come litigare, bensì come strumento di riappropriazione e ingigantimento della consapevolezza nostra e altrui.