Gli operatori modali
Approfondiamo ora un’altra parte del linguaggio che dobbiamo imparare a riconoscere per agire con le nostre contromisure. Andiamo ad analizzare l’”operatore modale di necessità” ossia quell’aspetto linguistico che implica l’esistenza di un dovere, di un “bisogna”, di un “si deve”, di una necessità. Quindi le frasi tipo “bisogna diffidare del prossimo” hanno l’operatore modale di necessità rappresentato da quel “bisogna”.
La necessità non può essere interpretata come qualcosa di errato; è ovviamente corretto che in una frase ci sia il “si DEVE rispettare …” “BISOGNA fermarsi con l’auto quando c’è il rosso al semaforo“. Non stiamo dicendo che quando contestiamo è perché non vale la frase detta dall’altro, non è questo lo scopo. Vogliamo solo andare più a fondo e comprendere meglio il significato sottostante. Quindi, davanti all’”operatore modale di necessità” noi potremmo avere bisogno solo di capire che cosa tiene in piedi quella specifica necessità. È in questo caso che possiamo decidere di formulare una domanda in grado di andare a esplorare il significato che sottende quell’operatore.
La domanda, che potremmo definire “antidoto” è: “cosa accadrebbe se non (+ il verbo dell’operatore modale di necessità)“.
Facciamo un esempio: con la frase “si DEVE diffidare degli sconosciuti” – la domanda da formulare è “Che cosa accadrebbe se uno non diffidasse di tutti gli sconosciuti?“.
Ribadiamo che lo scopo non è vincere lo scontro dialettico ma riaprire il modello del mondo dell’interlocutore per ottenere nuovo contenuto e fornirgli una differente consapevolezza. In questo modo la comunicazione può tornare su criteri più elastici, più fluidi. Ovviamente, l’opposto è la rigidità. Andare a scuotere ciò che si muove nella parte sottostante, serve all’interlocutore per diventare più consapevole, e a noi per comprendere cosa l’altra persona sta realmente gestendo dietro quel modo di esprimersi. È un sistema per entrare meglio nella sua mappa. Non occorre essere d’accordo, l’importante è comprendere fino al riuscire, addirittura, ad andare in predizione, ossia iniziare a intuire il modo di ragionare dell’altra persona. Riaprire il modello del mondo è l’obiettivo vero che può portare a un obiettivo di guida sottostante.
L’altro operatore modale che analizziamo ora si chiama “operatore modale di possibilità“: tale operatore a noi interessa nella sua versione negativa, ossia quando si trasforma in un “operatore modale di impossibilità”. È palese riconoscerlo nelle frasi tipo “non è possibile fare così”, “È impossibile che l’Italia si rialzi dalla crisi”. Tutto ciò è anche ipotizzabile ma a noi interessa, ancora una volta, cosa si nasconde dietro queste affermazioni. A volte, possono essere modelli del mondo in grado di fornire solo preziosi alibi. Riaprire il modello del mondo può fare bene alla comunicazione, fa bene alla persona per comprendere meglio l’interlocutore e può far bene a quest’ultimo che, in questo modo, ottiene la possibilità di rivedere consapevolmente il suo modello del mondo (potrebbe averlo automatizzato in modo pericoloso).
La domanda che deve scattare come contromisura quando sentiamo le parole – non è possibile – è impossibile – è la seguente: “cosa impedisce di?”
Riapriamo in questo modo il modello, riceviamo nuove informazioni che possono far scattare nuove domande e nuovi schemi di pensiero. Questo può andare avanti finché non viene chiuso definitivamente il processo comunicativo, vuoi per tempi, vuoi per stanchezza. La base di tutto il metamodello è l’empatia, è il mantenimento di un rapport, di un grado di apertura da parte dell’interlocutore.
Il più potente antidoto a una domanda è ovviamente il non rispondere; l’unico mezzo che può frenare le azioni del metamodello è una mancata comunicazione o una sua brusca interruzione. Attraverso la nostra empatia, e grazie a quanto finora abbiamo appreso, dobbiamo cercare di non correre mai questo rischio.