Dagli abissi del puro pensiero al linguaggio di superficie
Se da una parte l’amministratore delegato, che rappresenta l’io consapevole, è fantastico perché “utilizza” al massimo i suoi collaboratori, sfruttando ogni risorsa della grande azienda che guida (che, metafora a parte, è il nostro corpo, l’insieme dei nostri hardware, software, distretti nervosi, informazioni, …), dall’altra, facendo forse eccessivo affidamento sui suoi sottoposti per automatizzare quanti più processi possibili, risulta probabilmente un po’ troppo disinteressato, ai limiti della noncuranza, della pigrizia.
Dopo aver demandato, infatti, la sua tendenza è quella di non volerne quasi più sapere, cullandosi nel fatto che è qualcun altro (o qualcos’altro, nel caso del nostro cervello) a gestire quei determinati affari.
Non gli viene nemmeno lontanamente in mente di rivedere una decisione già presa, riconsiderarla, rielaborarla, rimettendo magari in discussione un lavoro già fatto e per lui archiviato.
Tutto ciò, rapportato alla nostra dimensione mentale, quella che ci interessa, significa essere categorici rispetto alle convinzioni che abbiamo maturato negli anni in merito alla vita, al lavoro, ai rapporti affettivi e sentimentali.
Una volta che ha organizzato le cose in una certa maniera, messo ordine e delegato, si innamora di quel nuovo assetto tanto da pretendere continue conferme che le sue decisioni sono le migliori, che è impossibile trovare un’alternativa anche soltanto accettabile alle stesse. La sua sfacciata indolenza non gli consente di fare sforzi ulteriori per eventualmente ridefinire quanto già fissato.
Data ormai per scontata una cosa, egli preferisce passare in modalità stand-by, rifacendosi vivo solo nel caso la sua presenza diventi proprio imprescindibile.
Tuttavia, dopo aver messo mano a una determinata cosa, di quella non vuole più sentire niente: dal suo punto di vista, è meglio un ordine che pure non implichi il massimo dell’efficienza, piuttosto che una situazione confusa e caotica che richiederebbe un suo ulteriore impegno.
Una volta maturate certezze, da quelle non si smuove più, non intendendo minimamente complicarsi la vita dubitando dei convincimenti che ha già ampiamente metabolizzato. La sua ossessione per l’ordine, per lo status quo, gli fa preferire il perseverare in direttive eventualmente assurde, che potrebbe aver stabilito in precedenza, all’assenza di regole.
Si tratta, per l’appunto, della medesima strategia (o pseudo tale, dipende dai punti di vista) del nostro io controllato rispetto al linguaggio: l’io non sta a esaminare ogni singola parola ma delega un “qualcosa” a trasformare i pensieri in palloncini – e quindi in parole – che poi emergono autonomamente in superficie, mentre lui resta disteso sul materassino a farsi cullare dalle onde.
Possiamo facilmente verificare il fenomeno descritto finora, ripensando a quante volte nell’arco delle nostre giornate scegliamo consapevolmente parole da utilizzare, a quanta attenzione dedichiamo effettivamente all’elaborazione delle nostre frasi. Certamente, in alcuni passaggi siamo molto presenti a noi stessi, alcuni momenti richiedono ponderatezza, un’attenta riflessione (molto poi dipende anche dal contesto – più o meno formale – in cui ci si trova, dal lavoro che si svolge, …) ma la gran parte di ciò che diciamo è il risultato di automatismi del tutto involontari.
La parte più ampia del nostro linguaggio viene delegata dall’io consapevole a dei trasformatori che la automatizzano sistematicamente.
Se chiedessimo ad un patito delle Maldive di raccontarci e commentare le sue numerose spedizioni in quegli atolli incontaminati, egli reagirebbe inconsapevolmente sempre alla stessa maniera: senza accorgersene, un sorriso di compiacimento gli si stamperebbe sulle labbra. I suoi giudizi, i consigli e i suggerimenti per noi, sarebbero immediati e sempre uguali. Questo avviene perché sono diventati automatici, meccanizzati, come pezzi che escono in serie dallo stampo di una catena di montaggio.
Che senso hanno le nostre parole? Cosa c’è sotto? Veramente il nostro pensiero profondo si articola con vere e proprie frasi?
No, non è fatto di frasi ma di una “materia prima” che viene trasformata in linguaggio.
Ecco allora che applicare il metamodello, significa equipaggiarsi da sub, scendere in profondità, osservando e studiando a ritroso il percorso del palloncino, dal punto in cui è emerso alla parte di fondale marino dove è stato gonfiato d’ossigeno, dalla superficie agli abissi, dall’effetto alla causa.
Arrivare a conoscere il punto di partenza, significa “toccare con mano” il pensiero profondo, il più puro. Ciò che ha dato origine a tutto, il Big Bang del linguaggio, l’istante in cui niente aveva subito alcuna mutazione.
È indiscutibile che più si scende, più lo si approfondisce, più lo si sviscera. Via via che il palloncino sale, infatti, le trasformazioni aumentano e ci si discosta sempre più dal pensiero autentico e incorrotto.
In verità, è necessario sottolineare che, essendo le nostre “immersioni” alla scoperta del pensiero puro e genuino, intraprese a loro volta col veicolo del linguaggio, si palesa incontestabile il paradosso del voler cercare di azzerare le trappole del linguaggio utilizzando proprio strumenti linguistici.
È un po’ come quando qualcuno cerca di curare una malattia con farmaci omeopatici.
La conclusione che ne deriva è che possiamo arginare sensibilmente la marea di trasformazioni utilizzando il linguaggio di precisione (un modello linguistico, quindi, che cerca di ridurre i limiti di quel modello linguistico), ma non arriveremo mai al nucleo effettivo del modello originale, semplicemente perché usiamo le parole per capire le parole.
Ci avvicineremo ad esso il più possibile ma per evitare del tutto filtri, passaggi dispersivi ed entrarci in contatto diretto, bisognerebbe ricorrere alla fantascienza: sarebbe possibile solo nell’ipotesi irrealistica di poter comprare una scheda di memoria con i ricordi di una persona (una sua vacanza, ad esempio) e poi inserirla in una immaginaria posta usb del nostro cervello.
Solo in una simile immaginaria ipotesi sarebbe possibile penetrare il nucleo della realtà, perché si eviterebbero una lunga serie di passaggi, ciascuno dei quali ne trasforma un pezzettino.
In realtà, anche in un caso limite come questo, non raggiungeremmo la quintessenza del puro pensiero. Arriveremmo a sfiorarlo ma si tratterebbe comunque di acquisire dei “file” soggettivi su come quella persona ha vissuto la sua vacanza, delle sue mappe su di essa. Senz’altro il livello di manipolazione sarebbe però ridotto, giacché una mappa sensoriale è assai meno manipolabile e deteriorabile di una mappa linguistica.
Ma sempre di mappa si tratterebbe; e la mappa non è mai e poi mai il territorio.