Lezione 1, Argomento 1
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Cervello cognitivo e cervello affettivo-emotivo: obiettivo Mushin no Shin

Stefano Santori 19 Ottobre 2026

Sembrerebbe, ad una prima analisi, che il funzionamento del cervello sia piuttosto semplice: elaborazione dei pensieri lenta e consapevole oppure veloce e automatica.

In realtà, a queste due modalità di funzionamento vanno aggiunte due aree del nostro cervello che rispondono a istanze differenti e che possiedono un’architettura profondamente distinta l’una dall’altra: l’area cognitiva e l’area emotivo-affettiva.

Il cervello cognitivo è il frutto di milioni di anni di evoluzione cerebrale e la sua attività si concentra nella parte della neocorteccia; il cervello emotivo-affettivo implica sia il sistema limbico che il cervelletto e la sua attività riguarda le pulsioni di tipo non cognitivo, logico o razionale, le quali rivestono comunque una grande importanza e hanno una grande influenza nella nostra vita: la propensione alla fuga in caso di pericolo, il dispiacere, l’euforia, la percezione di sofferenza interiore quando accade qualcosa che ci addolora, la grinta che ci fa percepire il cuore che batte veloce, sono elementi che non sono connessi con la elaborazione delle informazioni (quindi con il cognitivo), ma hanno invece a che fare con le pulsioni fisiologiche, emotive e limbiche che ci permettono di fare delle scelte.

Il cervello cognitivo non è in grado, da solo, di effettuare considerazioni e scelte discrezionali in merito alla rilevanza o meno di qualche elemento; se non avessimo la spinta motivazionale dettata dalla parte emotivo-affettiva, saremmo costantemente dilaniati da dubbi rispetto alle priorità da assegnare ai nostri pensieri e delle nostre azioni. La vera spinta motivazionale interiore ad agire proviene dalle pulsioni emotive e psicologiche del cervello affettivo.

Facciamo un esempio:

Vi sarà certamente capitato, durante le calde notti estive, di avere difficoltà a dormire perché sia le lenzuola che il cuscino sembravano “roventi”; vi sarà anche capitato di girare il cuscino e godere improvvisamente della sensazione di sollievo derivante dal contatto della guancia e dell’orecchio con la superficie morbida e fresca, non ancora scaldata dalla testa e di rinnovare, in dormiveglia, la ricerca del lato fresco del cuscino, motivati quindi dalla ricerca del piacere e dalla fuga dal disagio provocato dal calore estivo.

Si tratta di un esempio, tutt’altro che banale, che spiega in modo semplice ed efficace la motivazione innescata dai nostri impulsi più profondi; il cervello emotivo conosce perfettamente le esigenze fisiologiche del corpo e agisce di conseguenza, senza bisogno di istruzioni, né di sforzo cognitivo: non necessita infatti che il cervello neocorticale gli comunichi razionalmente il piacere del trovare refrigerio quando fa caldo, poiché questa informazione fa già parte del vissuto emozionale e fisiologico delle persone.

Inoltre, gli adeguamenti di stato effettuati dal cervello che risponde a istanze fisiologiche avvengono in modo del tutto automatico. Ad esempio, sudare quando fa caldo non è una reazione fisiologica che decidiamo razionalmente di avere: diciamo forse a noi stessi “Considerata l’elevata temperatura esterna, al fine di ripristinare il mio equilibrio termico inizierò a far evaporare liquidi dal mio corpo”? Certamente no! Non abbiamo bisogno di attivare le nostre funzioni cognitive affinché si inneschino molti processi fisiologici, anche vitali.

Un altro esempio indicativo dell’automaticità di alcuni processi fisiologici riguarda le mani e i piedi “gelati” quando fa freddo: vi siete chiesti perché questo avvenga? Una parte del cervello, in completa autonomia, sposta l’afflusso del sangue dalle zone periferiche (mani e piedi, appunto) agli organi vitali per preservarne l’efficacia di funzionamento.

Siamo sopravvissuti nel corso dei millenni probabilmente anche grazie a questa componente di automatismo fisiologico, innescata in buona parte dalle percezioni più profonde della fuga dal disagio o della ricerca del piacere.

La combinazione tra il controllo vs l’automatismo e il cognitivo vs l’emotivo-affettivo porta alla strutturazione di una matrice a 4, composta quindi da 4 quadranti di funzionamento: l’area cognitiva controllata e cognitiva automatica, l’area affettiva-emotiva controllata e affettiva-emotiva automatica: è intuitivo che il quadrante emotivo controllato occupi nella vita dell’uomo comune uno spazio decisamente inferiore rispetto al quadrante emotivo automatico.

Il modello della matrice a 4, pur rappresentando una semplificazione di aspetti relativi al funzionamento del cervello ben più complessi e articolati, risponde all’obiettivo dei neuroscienziati di sensibilizzare l’attenzione sulla variabilità dei comportamenti umani, sulle loro infinite combinazioni e sull’importanza del passaggio dal quadrante dell’attività cognitivo-controllata al quadrante dell’attività cognitivo-automatica: inizieremo infatti da un’attività cognitiva controllata che richiede volizione e sforzo, ma ci permette di essere presenti e consapevoli delle nostre valutazioni e delle nostre dinamiche di pensiero; arriveremo, attraverso l’allenamento e la ripetizione del processo, all’automatizzazione dell’attività che viene quindi processata dal cognitivo automatico, consentendoci in questo modo di dedicarci in parallelo ad altre attività che richiedono ancora un focus consapevole ed uno sforzo cognitivo.

Facciamo un esempio:

Immaginiamo di essere degli esperti giocatori di tennis, molto preparati sia tecnicamente che fisicamente. Durante una partita saremo in grado di assumere un atteggiamento goliardico, magari provocando scherzosamente il nostro avversario, mentre nello stesso tempo saremo in grado di valutare con lo sguardo in quale parte del campo andrà a rimbalzare la palla che sta arrivando verso di noi, correre in quel punto, attivare i muscoli del braccio per prepararci al colpo di rimando, calibrandolo in un modo talmente preciso da assicurarci il punto.

Come già dichiarato precedentemente, affinché questi meccanismi possano raggiungere livelli di eccellenza essi devono essere automatizzati attraverso la ripetizione.

Nei momenti di miglior performance sportiva, quando agiscono nel cosiddetto flusso, gli atleti si trovano in pieno quadrante cognitivo automatico: non hanno bisogno di pensare poiché ogni loro movimento avviene in modo fluido e spontaneo, quasi in assenza di consapevolezza e razionalità.

In lingua giapponese questo stato, quasi di estasi percettiva, viene definito mushin no shin, che vuol dire “pensiero senza pensiero”: il mio cervello pensa, ma io non mi focalizzo sul suo pensiero perché mi fido delle sue valutazioni.

Probabilmente ricorderete il film “L’ultimo samurai”, interpretato da Tom Cruise, che vuole apprendere il Kendo[1] dai samurai, ma i suoi tentativi si rivelano fallimentari. Il suo istruttore gli rivela che non riuscirà a combattere bene fintantoché si troverà nella condizione di “pensare troppo”: egli infatti si impegna a controllare tecniche e movimenti, elaborandone ogni aspetto, risultando però lento e prevedibile durante il combattimento. Diventa un vero samurai nel momento in cui riesce a raggiungere lo stato di mushin no shin.

Per quanto riguarda il nostro percorso, invece, avremo centrato l’obiettivo quando la nostra comunicazione, arrivata al livello di eccellenza perché arricchita dalla padronanza dei contenuti della PNL, sarà gestita dal cognitivo automatico: un obiettivo ambizioso, che sicuramente possiamo raggiungere!

 

[1] Il kendō è un’arte marziale giapponese, evolutasi dalle tecniche di combattimento con la katana anticamente utilizzate dai samurai nel kenjutsu. Kendō significa letteralmente “La via (dō) della spada (ken)”.