Allenamento per creare nuovi automatismi nella comunicazione
Cogliere la distinzione tra processi controllati e processi automatici assume particolare rilevanza non solo in contesti quotidiani quali guidare un’automobile, imparare una lingua straniera, attuare parate durante un kumite[1] o uno scontro sul ring, ma anche in ogni contesto comportamentale, compresa la comunicazione.
Utilizzare un approccio analitico nella comunicazione, rispetto ai processi automatici/controllati, vuol dire chiederci se la nostra comunicazione rappresenti un processo controllato, quindi introspettivo, oppure se la maggior parte di ciò che comunichiamo venga prodotta in modo fluido e automatico. Spostare il focus su questa distinzione ci permette di comprendere come la maggior parte della nostra quotidianità sia scandita da processi automatici: buona parte delle nostre attività da svegli avviene grazie ad automatismi, a processi non volitivi, reflexive[2], con bassa introspezione, che hanno però il grande vantaggio di avere un basso “costo” cognitivo, non richiedendo sforzo. In questo modo potremmo ad esempio affrontare un lungo viaggio alla guida della nostra auto e arrivare a destinazione riposati mentalmente (magari un po’ provati fisicamente, questo si!): in termini di attività cerebrale ciò significa aver attivato in continuazione processi cognitivi relativi al mantenere la distanza di sicurezza dalle altre automobili, cambiare spesso la traiettoria del veicolo, frenare, accelerare, rallentare per eventuali lavori in corso, verificare il livello di carburante disponibile, ecc., cioè un insieme di attività fondamentali per arrivare incolumi al termine del viaggio: un solo errore in una di queste attività potrebbe infatti costarci caro in termini di sicurezza.
Immaginiamo lo stesso lungo viaggio affrontato da un neopatentato: arrivato a destinazione, sarà sicuramente esausto, mentalmente e fisicamente, perché ogni azione alla guida è stata eseguita con attenzione, quindi con grande sforzo cognitivo. Il vantaggio è quello dell’essere “presente a sé stesso”, lo svantaggio è quello di stancarsi a causa del costo cognitivo assolutamente alto.
Consideriamo che la nostra giornata tipo è chiaramente scandita da processi automatici e questo ci porta a due conclusioni: la prima riguarda il fatto che se la comunicazione è per buona parte automatica, cosa sappiamo di ciò che comunichiamo veramente? La seconda ci porta a valutare che se grande parte di ciò che facciamo e diciamo è già automatizzato, non ci sia altro da poter aggiungere.
Possiamo invece entrare nel processo automatico e modificarlo, sapendo che questa azione consapevole richiederà un costo cognitivo iniziale alto. Affinché il processo possa innescarsi bisogna che l’atto sia volitivo: il livello di consapevolezza e introspezione aumenterà permettendoci di intervenire, modificando il processo comunicativo ed agendo in modo nuovo; ripetendo il nuovo processo esso verrà a sua volta interiorizzato e automatizzato, liberandoci dal costo cognitivo richiesto inizialmente.
In assenza di volizione, la comunicazione continuerà invece nel suo automatismo: abbiamo già analizzato quale sia il vantaggio e lo svantaggio di tale condizione.
Riassumendo, ricordiamo che oggi buona parte della nostra comunicazione è automatica: per modificarla è necessario riprendere il controllo su di essa, sforzandosi di modificarla attraverso la corretta implementazione di nuove tecniche e nuovi strumenti; successivamente è necessario allenarsi nell’attuare tali modifiche finché verranno interiorizzate e nuovamente automatizzate; in questo modo si potrà agire in parallelo: mentre si utilizzano ad esempio tecniche di ricalco di PNL, si potrà porre il focus attenzionale su altri aspetti della comunicazione del nostro interlocutore che ci interessano.
Il grande vantaggio dell’allenamento è quindi quello di innescare l’automatismo annullando lo sforzo cognitivo: un premio prezioso, concorderete!